BETH HART ALCATRAZ

Il tour della cantante di Los Angeles ha fatto una sola tappa italiana, all’Alcatraz di Milano, riempito da un pubblico eterogeneo e molto partecipe (più volte ringraziato dalla Hart), sebbene forse inferiore numericamente alle platee cui è abituata, specie in Olanda, Danimarca, Inghilterra o Germania. La Hart è molto dotata quanto a voce ed ha una presenza scenica prorompente e spiritosa, si esprime con un repertorio proprio, costruito in ormai quasi vent’anni di carriera.

A dimostrazione di come il suo approccio trasversale (soul, blues, rock e Americana convivono, a volte combinandosi,  nella sua musica) sappia però riservare  momenti inaspettati, giunge proprio il pezzo d’apertura, con il chitarrista Jon Nichols che si siede un po’ a sorpresa al piano e accompagna Beth al canto per una lenta e sensibile, “Lay Your Hands On Me”. Presto raggiunta dal resto della band, Julian Rodriguez e Bob Marinelli come sezione ritmica e due chitarristi, P.J. Barth oltre al già menzionato Nichols. E’ un ensemble senz’altro professionale, che potrebbe forse dare qualcosa in più in termini di dinamiche e coloriture, specialmente nei pezzi rock, in modo che la voce della Hart possa dispiegarsi sempre al meglio. Seguono pezzi vivaci che riscaldano il pubblico “One Eyed Chicken” e “Waterfalls”, ma è ancora con le ballate che il suo canto riversa maggiori emozioni.

Foto di Alberto Di Leone ©

Foto di Alberto Di Leone ©

In particolare con la rilettura di “I Love You More Than You’ll Ever Know”(in origine di Al Kooper)  e della personale “My California” con la Hart al piano ed una dedica sentita al marito tour manager Scott, «la persona più importante per me», dice lei, accorso sul palco alla fine dell’esecuzione per abbracciarla. Buona parte della set list è incentrata sui pezzi del recentissimo “Better Than Home”, un album che mette in luce il suo lato più cantautorale e soulful; è il caso, forse emblematico, dell’intensa “Tell Her You Belong To Me”, per costruzione richiama certe pagine di colleghe illustri (Etta James su tutte). C’è spazio anche per alcuni brani semi acustici con la Hart alla chitarra, (“Broken & Ugly”), qualche accenno più leggero (“Bang Bang”) o quasi funky (“Trouble”). Dopo circa due ore, il concerto volge al termine nella stessa modalità con cui era iniziato, vale a dire con Beth Hart sola al piano per un’altra ballata, “As Long As I Have A Song”, ancora una prova di come le basti la voce e pochi tocchi sui tasti per lasciare il segno.

Matteo Bossi