KENNY WAYNE SHEPHERD LIVE AT BLOOM

La serata inizia bene, senza la pioggia che le previsioni avevano annunciato, e incontrando in quel del Bloom volti noti del blues italiano, da Fabio Treves sempre in forma, a Roberto Neri e Mauro Zambellini, con cui ci si ferma a chiacchierare di Willie De Ville, e di quanto ancora ci sarebbe da dire su questo artista poliedrico e talentuoso. Ma  il nostro obiettivo è il giovane Kenny, al secolo Wayne Shepherd, chitarrista che assieme a Jonny Lang e Joe Bonamassa rappresenta forse la parte del mondo del blues più nota al grande pubblico, portato in terra italica per la rassegna Bloom In Blues, organizzata in collaborazione con l’Italian Blues River.

Foto di Luca Zaninello

Foto di Luca Zaninello

Ma se Jonny si è ormai spostato verso sonorità più legate al pop, mentre Joe rischia di concentrarsi troppo sulla precisione del suono, Kenny sembra sia ancora legato, e speriamo lo rimanga, al sudore e alla fatica di un suono nato “sporco” ma proprio per questo autentico ed originale. Il Bloom di Mezzago è gremito, sold out ormai da settimane, a malapena troviamo un posto accanto al mixer dove si riesce a respirare, seppur penalizzati dal palco non eccessivamente sopraelevato, e ci godiamo i decibel. La band non scherza, né si lascia attrarre dagli intro strumentali o similari che servono per presentare la star, Shepherd entra subito e si attacca alle 21.30 precise di questa domenica 26 aprile 2015.  Subito dopo il primo brano apprezziamo “Everything Is Broken”, di dylaniana memoria ma di cui ricordiamo con piacere la versione di R.L. Burnside, e non possiamo che ringraziare Chris Layton, pilastro della formazione e membro dei Double Trouble di Stevie Ray Vaughan.

Foto di Luca Zaninello

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Nonostante la band si avvalga ormai da 18 anni, come dirà lo stesso Kenny, della voce di Noah Hunt, che seppur potente ci risulta un po’ poco rock-blues per il genere, anche lo stesso Shepherd si cimenta al canto, in brani come “The House Is Rockin’” o “Talk To Me Baby”, testimoniando il suo amore inconfondibile per le radici, e lasciando a Noah vocalizzi più strutturati come quelli ad esempio di “The Heat Of The Sun” dall’album “How I Go”. Wayne presenta orgoglioso “Deja Voodoo” dal primo suo lavoro, “Leadbetter Heights”, quando ancora ragazzino e capellone sbarcava nel mondo musicale americano, mentre dall’ultimo disco Kenny presenta un pezzo dalle tonalità più rock come “Looking Back” e due pezzi di B.B. King, tra cui “You Done Lost Your Good Thing Now”. Sempre impeccabile l’apporto di Riley Osbourn alle tastiere e del leggendario Chris Layton, e superba l’esecuzione dello strumentale “While We Cry”, un po’ un omaggio a “Lenny” di Stevie Ray Vaughan, con qualche strizzatina d’occhi a “Little Wing” dell’onnipresente Jimi Hendrix. Kenny si lascia andare salutando il pubblico e, scambiando due parole con una folla compressa e sudaticcia ma in estasi per la sua abilità nell’accarezzare le sei corde, ricorda come, seppure con la sua band non si suoni solo blues tradizionale, tutta la musica che ascoltiamo venga da lì.

Foto di Luca Zaninello

Foto di Luca Zaninello

Il bis di rito, peraltro chiamato a gran voce nonostante il clima subtropicale all’interno del locale, non scontenta nessuno, e costruisce il pathos cominciando con una ballata per poi scatenarsi con una versione grintosa di “King Bee”. Il gran finale è lasciato a “Oh Well”, uno dei (tanti) capolavori di Peter Greenbaum, che negli anni sessanta lanciò i “suoi” Fleetwod Mac nell’olimpo del rock blues, con la conclusione più che ovvia di “Voodoo Chile”, con tanto di chitarra suonata dietro la testa. Un ottimo compromesso tra rock energico, sapientemente spruzzato di modernità, e la tradizione musicale afroamericana che fa capo al blues. Un ottimo ambasciatore tra i giovani insomma, che speriamo riscoprano sempre più numerosi da dove arriva tutto ciò che ascoltano ogni giorno! Poi dopo aver sognato ad occhi aperti usciamo dal Bloom, scambiamo solo quattro parole con la manager, visto che Kenny si stava facendo la doccia dopo aver consumato tante calorie quante un maratoneta, ed ovviamente, che più blues non si può, è arrivato il temporale…

Davide Grandi