Chess

The Real Folk Blues

di Matteo Bossi

Le pubblicazioni celebrative del settantacinquesimo anniversario della Chess sono proseguite rendendo disponibili diversi altri LP in edizioni di pregio a 180 grammi e un attento lavoro di mastering. Questa volta ci occupiamo di ristampe della serie “The Real Folk Blues”, varata a metà degli anni Sessanta per cercare di catturare il pubblico giovane, quel pubblico che seguiva, per esempio i Rolling Stones che nel dicembre del 1964, portarono al n. 1 delle classifiche inglesi un blues di Willie Dixon reso celebre da Howlin’ Wolf, “Little Red Rooster”. Un brano suonato spesso dal vivo durante i loro passaggi promozionali in televisione, succede anche nel maggio dell’anno successivo in America per Shinding!,in onda sul network ABC, un momento importante perché Jagger e Brian Jones introducono, per la prima volta su una tv nazionale, proprio Howlin’ Wolf che canta “How Many More Years”.

Un altro elemento che di sicuro ebbe un ruolo nel definire il nome della serie è il coinvolgimento di Willie Dixon, oltretutto autore delle note di copertina originali, nell’organizzazione dell’American Folk Blues Festival, le tournée europee allestite a partire dal 1962 dai promoter tedeschi Horst Lippman e Fritz Rau. Una fase storica particolare che ha, forse involontariamente, gettato le basi per tanta musica degli anni a venire, considerato appunto quanti tra gli imberbi ed entusiasti spettatori dei concerti inglesi abbiano poi sentito l’irresistibile chiamata del blues.

muddy waters

Il primo Lp è il “The Real Folk Blues” intestato a Muddy Waters, uscito nel gennaio 1966 e comprendente dodici tracce a coprire un arco di tempo piuttosto ampio. Si va dal 1947 di “Gypsy Woman” al 1964 di “The Same Thing”. Vale la pena recuperare quanto scrisse Marino Grandi sul n. 80 de Il Blues in un articolo che analizzava le riedizioni in CD di questo stesso materiale, accorpato al seguito, “More Real Folk Blues”. Si trattava dunque di “[…] una ghiotta antologia di momenti in alcuni casi meno noti ma di grande valore interpretativo e indicativi della sua evoluzione stilistica e musicale[…]”.

Poi certo ci sono alcuni classici famosissimi, da “Mannish Boy” a “40 Days And 40 Nights”, con Pat Hare alla chitarra. Si trattava, curiosamente, di un brano non composto da Muddy stesso o da Willie Dixon, bensì da Bernard Roth, autore anche di “Just To Be With You”, qui inclusa. Roth, risiedeva a Gary, Indiana, dove a quanto pare, lavorava come macellaio. In quel periodo suoi pezzi vennero incisi da Little Walter (“Who”), ma scrisse  anche per artisti e generi diversi quali The Spaniels, Jimmy Scott, Tiny Topsie.

howlin wolf

Di pare interesse il volume con protagonista il già menzionato Chester Arthur Burnett alias Howlin Wolf, amico/rivale di Muddy. Anche in questo caso la panoramica fornita è piena di “[…] gemme registrate tra il 1956 e il 1965, con la voce corrosiva di Wolf e la sua armonica selvaggia, in grado di sostenere quasi da sole il peso delle incisioni. […]”, per citare, nuovamente le parole di Marino. Incredibile notare come nessuna di queste dodici tracce raggiunga o superi i tre minuti di lunghezza, non ci sono note di troppo, solo quelle necessarie per incapsulare l’energia debordante di un gigante, in tutti sensi, di cui lo scorso gennaio ricorreva il cinquantennale della scomparsa.

Anche se le note di copertina originarie non lo specificano, basta scorrere qualche discografia per ricostruire i protagonisti accanto al Lupo, musicisti formidabili, divenuti un modello per una pletora di aspiranti eredi. Pensiamo in primis ai chitarristi e dunque a Hubert Sumlin (1931-2011), fedelissimo rimasto accanto a Wolf dalla metà dei Cinquanta fino alla morte, salvo una breve pausa al servizio di Muddy.

Hubert, persona di grande cordialità e bonomia, avevano uno stile unico e del tutto eterodosso, fatto di una tessitura assieme fitta e rada. Qui fa faville accoppiata alla chitarra di Buddy Guy in “Killing Floor” e “Built For Comfort”. Altrove però il binomio era formato da altri due grandi quali Willie Johnson e Otis “Big Smokey” Smothers, come nel caso di “The Natchez Burning” e “Nature”. Senza dimenticare i pianisti, Lafayette Leake e Hosea Kennard e le sezioni ritmiche composte a seconda dei brani da batteristi come Sam Lay o Earl Phillips, con Jerome Arnold, Alfred Elkins e Andrew McMahon ad alternarsi in veste di bassista. (Come noto Lay e Arnold vennero poi ingaggiati da Paul Butterfield).

sonny boy williamson

Infine, è il turno di Sonny Boy Williamson II, armonicista da annoverare tra i grandi capiscuola, spentosi il 24 maggio del 1965 a Helena, Arkansas. Vi era tornato dopo un periodo trascorso in Europa, raccogliendo consensi e ammirazione ovunque si fosse trovato a suonare e a registrare; sia con giovani gruppi inglesi come Yardbirds e Animals, che con suoi pari come Matt Murphy, Memphis Slim e Bill Stepney a Copenaghen nel 1963 (registrazioni rintracciabili in “The Blues Of Sonny Boy Williamson” su etichetta Storyville). Questa pubblicazione voleva essere anche un omaggio postumo, evidente anche dalle note elegiache di Dixon.

Per descrivere in pochi tratti le caratteristiche del suo blues citiamo di nuovo quanto redatto da Marino all’epoca: “Armonicista dal taglio country blues inurbato e cantante personalissimo per il tono quasi narrante, Sonny Boy ha sempre giocato su queste sue doti per ricavarne sonorità inconfondibili, in cui all’assenza di virtuosismi esasperati opponeva un binomio voce/strumento decisamente unico. […]”. Ecco, la componente narrativa nella sua musica era certamente singolare e condita da una ironia pungente. Qui ci sono molti esempi della sua arte, molti dei quali divenuti degli standard entrati a far parte del repertorio di centinaia di armonicisti e band.

Pensiamo a “One Way Out” o “Checkin’ Up On My Baby”, per non parlare di slow blues magistrali quali “Sad To Be Alone” e “Trust My Baby” (bellissime anche le versioni di Billy Boy Arnold sul suo “Ten Million Dollars” e di Junior Wells su “Come On In This House). Aiutava, indubbiamente, avere alle sue spalle gruppi che  potremmo quasi definire di “all star”, comprendenti Fred Below e Willie Dixon come sezione ritmica, mentre alle chitarre officiavano sovente il suo vecchio amico Robert Lockwood Jr ( i due suonavano assieme praticamente dagli anni Trenta e dal 1941 sono in onda su KFFA al celebre programma radio King Biscuit Time), Luther Tucker o Matt Murphy e al piano Otis Spann (!) e Lafayette Leake.

Posto che di questi grandi artisti molti possiederanno già l’integrale (o quasi) delle loro registrazioni, non si può che constatare la qualità dell’operazione di ristampa, tanto per il recupero sonoro che per stampa e confezione, elementi che potranno renderli attrattivi per nuove generazioni di appassionati di blues e vinile.

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