Niente mp3 né wav, niente distribuzione digitale, niente CD, niente youtube né spotify. Big Creek Slim sceglie una direzione ostinata e contraria, un disco unicamente in vinile. E lo sceglie con la sua voce cavernosa quel musicista che Jay Sieleman descrisse come l’esecutore migliore del vero country blues. Un uomo proveniente dalla Danimarca. Può sembrare anacronistico, ma forse è solo onestà nei confronti di se stesso e del proprio pubblico.
Due originali e quattro cover, due facciate, la prima che comincia con “Kokomo” di Mississippi Fred McDowell (abbiamo ancora nelle orecchie e negli occhi la meravigliosa versione degli I Shot A Man al Festival Paradiso Musicale di Valsavarenche nel 2020, uno dei pezzi che mio padre riuscì ad apprezzare ed ascoltare tra le vette) e si capisce subito che le cose non sono come sembrano.
Per ascoltare il disco devo rifugiarmi in Viale Tunisia 15, dove ancora funziona perfettamente l’impianto di Marino, mio padre, il suo piatto Thorens, l’amplificatore pre e finale McIntosh e le casse Klipshorn. Un tuffo in un altro mondo.
Lo stesso dove dimora la musica di Slim, con “Stray Dog Blues”, accompagnato da un trio di musicisti in punta di piedi, Roger C. Wade all’armonica, Jaska Prepula al basso acusctico e Micha Maas alla batteria, che sembrano quasi tessere la storia del mondo in poche semplici note.
Una sola take per ogni brano, pubblico minimale e nessuna distanza con gli artisti, nessuna sovraincisione, solo analogico su tape, nulla di digitale. Forse anche per questo il disco suona davvero diverso, più reale se così si può dire, fisicamente presente nella stanza mentre lo ascolto.
“Pain” ci parla di dolore, quello che non passa mai, quello non legato alle ferite del corpo, quello che si sposa con il ritmo già lento e qui ancora più frenato del sound essenziale, quel dolore che termina solo con la nostra dipartita, quel dolore che è vita e nello stesso tempo dannazione, come comprenderebbe chiunque solo ascoltando due note di questo pezzo, che decide di rompere con il presente anche per la sua durata, ben oltre 8 minuti.
Un tempo impossibile per la media di attenzione nel mondo di oggi, e che anche per questo richiede uno sforzo di ascolto non banale..
Omaggio al grande RL Burnside, “Skinny Woman”, chiude il lato B, che inizia con “Boogie In The Park”, quasi una festa, senza farsi trascinare ma dolcemente ballando al ritmo della musica, e prosegue con “Automobile Blues” di Sam Lightnin’ Hopkins, per chiudere appunto con i 7 minuti e 55 in cui anche Big Creek Slim confessa di non amare le donne troppo magre perché in fondo “meat don’t shake”.
Ma la sua versione è solo sua, pur salutando in qualche modo RL, la trasforma nella sua festa e nel suo blues, come ogni dolore o amore preso a prestito, ha senso solo se riesce a diventare davvero nostro, vissuto, sudato, consumato e sopportato finché non si trasformi in una parte essenziale, vissuta e riconoscibile di noi.
Ci sarebbero molte cose da dire anche sul titolo di questo lavoro, che non corrisponde a nessun brano su nessun lato, e che in maniera davvero arguta e tagliente ironizza su ciò che sia reale e ciò che sia solamente un breve video da mostrare agli amici. La sensazione fisica di maneggiare questo disco vi assicuro è stata davvero reale, e seppure non ci siano video che possano testimoniarlo, è accaduto davvero.
Tutto è diverso, aprire la confezione dell’Lp, toglierlo dalla busta, far partire il piatto, far scendere lentamente la puntina, e solo allora alzare il volume. Gesti automatici anni fa ed oggi così diversi e strani, che mi costringono ad aspettare a dosare le forze, ad assaporare il momento, ad avere pazienza e ascoltare lo scorrere del tempo.
Lo sappiamo, “vivi il qui ed ora” lo dicono tutti, ma chi in realtà riesce a farlo? Io, forse solo per qualche minuto, ci sono riuscito, costretto però da Big Creek Slim e la sua band.
Davide Grandi








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