Chess

Let’s Play Chess – Riedizioni storiche

di Matteo Bossi

Per il settantacinquesimo anniversario della Chess, la Universal, detentrice dei diritti sul prezioso catalogo, ha varato lo scorso autunno una serie di ristampe in LP audiofili di alcuni classici, utilizzando i master originali. È l’occasione di ripercorrere alcune pagine di musica, ormai consegnate alla storia, se non addirittura avviluppate in un’aura da leggenda. Ad essa hanno contribuito libri, saggi, documentari e film di fiction (l’esempio più noto rimane “Cadillac Records” del 2008) oltre ad una eredità musicale che ha continuato ad ispirare musicisti di generi e generazioni diverse. Di certo è particolare la parabola dei due fratelli Leonard e Phil Chess (americanizzazione di Czyz) emigrati dalla Polonia con la famiglia da bambini nel 1928, ignari del segno che avrebbero lasciato grazie ad una musica di cui sapevano poco o nulla.

Negli anni Quaranta, l’attività di Leonard, mentre Phil è arruolato nell’esercito, è piuttosto eterogenea, dal commercio di alcolici al coinvolgimento nella gestione di un locale, il Macomba Lounge, che proponeva regolarmente musica dal vivo suonata da musicisti jazz e blues di primo piano quali Ella Fitzgerald, Billy Eckstine o Lionel Hampton. Leonard aveva intuito che lo stesso pubblico del club potesse essere interessato ad acquistare dischi e nel 1947, decide di entrare con una quota nell’etichetta indipendente Aristocrat Records, creata dai coniugi Charles ed Evelyn Aron con alcuni soci.

I Chess orientano le registrazioni dell’etichetta al mercato afroamericano, grazie alla conoscenza di Sunnyland Slim, figura di riferimento, se non addirittura mentore per tanti. È lui a introdurre all’Aristocrat un cantante e chitarrista giunto nella Windy City, come tantissimi altri in quel periodo, dal Mississippi, McKinley Morganfield alias Muddy Waters.

Questi, a Chicago dal 1943, stava cercando di farsi conoscere sulla scena cittadina, suonando nei locali e frequentando musicisti affermati come Big Bill Broonzy e John Lee “Sonny Boy” Williamson. In ogni caso, nel novembre 1947 Muddy registra per Aristocrat, “Gypsy Woman / Little Anna Mae”; un singolo su 78 giri che segna l’inizio del rapporto tra lui e i Chess, durato per quasi tre decenni. Già l’anno successivo, accompagnato dal solo contrabbasso di Big Crawford, il carismatico Muddy fa capire di essere destinato a grandi cose, “I Can’t Be Satisfied / I Feel Like Going Home”, rielaborazioni di due brani incisi anni prima per Lomax, rispettivamente “I Be’s Troubled” e “Country Blues”.

Contro le previsioni dello stesso Leonard Chess, “che diavolo sta cantando?” pare abbia esclamato, mentre Muddy la registrava, il singolo si rivela un buon successo. “Sentivo suonare quel disco ovunque nelle case della gente. Fermavo la macchina, alzavo lo sguardo e restavo ad ascoltare per un po’. Ero diventato Muddy Waters, nel giro di una notte”, ha raccontato lui stesso.

L’Aristocrat nei due anni successivi pubblica incisioni di Sunnyland Slim, Robert Nighthawk, Little Johnny Jones e St Louis Jimmy, prima che, nel 1950, i Chess decidano di rilevare le quote degli altri soci e rinominare l’etichetta col proprio cognome americano. Il resto, in questo caso si può ben dire, è storia. Un’epopea rievocata in special modo nei volumi di Nadine Cohodas, “Spinning Blues Into Gold” e John Collins in “The Story Of Chess Records”, oltre alle biografie incentrate su singoli artisti legati a doppio filo alla label, Muddy Waters, Howlin’ Wolf, Willie Dixon, Little Walter o Chuck Berry.

chess records

chess records

E per celebrare la ricorrenza ce lo ricorda anche un doppio vinile intitolato “Let’s Play Chess”, comprendente venticinque estratti dal catalogo Chess. La compilation è stata curata da Steve Jordan, batterista e produttore (Robert Cray, Buddy Guy, Bettye Lavette…) dalla lunghissima esperienza, nonché sostituto di Charlie Watts nei Rolling Stones, dopo la sua scomparsa. E forse non è un caso, considerando il debito di Jagger, Richards e soci verso la musica della Chess. La selezione pesca bene, era in effetti difficile sbagliare. Jordan va sul classico e intende mostrare l’ampiezza del catalogo e quanto i generi contino relativamente; anche oggi, scrive “consiglio ai giovani musicisti di seguire il cuore, senza preoccuparsi di che tipo di musica pensino di suonare”.

Ci sono “Johnny B. Goode” e “High Heel Sneakers” di Tommy Tucker, la prima incisione Chess che il batterista ricorda di aver ascoltato da ragazzo, ma ci sono anche Gene Ammons, The Dells o John Lee Hooker con “Ground Hog Blues” o ancora “Rescue Me”, celebre hit di Fontella Bass, la “That’s Allright” di Jimmy Rogers, divenuta a sua volta uno standard. E poi certo, ci sono Little Walter, Wolf, Muddy e Sonny Boy Willamson. Una bella introduzione o un regalo propedeutico.

In questa sede però seguiremo il sentiero tracciato dagli LP, un formato che si stava affermando negli anni Cinquanta e che la Chess sperimenta nel dicembre per la prima volta nel 1956 con la pubblicazione di “Rock, Rock, Rock”, colonna sonora di un film omonimo comprendente pezzi di Chuck Berry, The Moonglows e The Flamingos. Tocca ancora a Muddy essere il titolare di un long playing blues, con “The Best Of Muddy Waters”, nel 1958, curiosamente l’anno del suo primo tour in Inghilterra e il disco riuniva, come abitudine dell’epoca, dodici brani apparsi come singoli tra il 1948 e il 1954.

Pleonastico commentare una serie di classici entrati a far parte del repertorio di innumerevoli band, dai suoi primi hit come “I Can’t Be Satisfied” a “Long Distance Call”, “Honey Bee”,  “I’m Ready”. Senza dimenticare che il suo gruppo contava fuoriclasse quali Jimmy Rogers, Little Walter e Otis Spann e quando qualcuno non era disponibile i rimpiazzi non erano da meno, in “Standing Round Crying” ad esempio c’era un giovane Junior Wells all’armonica. Una raccolta canonizzata dalla Blues Foundation tra le “Classic Blues Recordings”.

muddy best

Lo stesso criterio era alla base dell’uscita successiva, “The Best Of Little Walter”, pubblicato nel 1958 col numero di catalogo 1428. Si tratta di una dozzina di brani risalenti alla prima metà degli anni Cinquanta, altrettante motivazioni per porre Marion Walter Jacobs nel pantheon dei bluesmen. Scomparso a soli trentasette anni nel 1968, Walter fece in tempo a ridefinire il suono dell’armonica amplificata e ad ottenere, forse persino in modo inatteso, una serie di hit che nemmeno Muddy Waters, nel cui gruppo si era fatto conoscere ancora adolescente, poteva annoverare.

Quattordici singoli nella top ten delle classifiche R&B, compresi due al numero uno, ossia “Juke”, inciso nel 1952 e “My Baby”, tre anni dopo. Il notissimo strumentale era nato, come prima take addirittura, durante una session con Muddy, Jimmy Rogers ed Elgin Evans alla batteria, pubblicata originariamente sulla sussidiaria Checker. E sul lato B c’era un altro pezzo divenuto uno standard, “Can’t Hold Out Much Longer”. “My Babe”, invece, accreditata a Willie Dixon, era una rielaborazione del gospel “This Train” in chiave secolare, con Fred Below alla batteria, Robert Lockwood Jr e Leonard Caston alle chitarre, oltre allo stesso Dixon al contrabbasso.

Altri pezzi qui presenti, come “Blues With A Feeling”, “Last Night” o “Mean Old World” appartengono alla medesima categoria. Quella dei classici.  Swigante e dinamico il blues di Little Walter grazie all’uso creativo del suo strumento segna uno spartiacque e un punto di riferimento imprescindibile per chiunque abbia provato ad avvicinarsi al “Mississippi saxophone”. Curiosamente questo resterà il solo LP pubblicato in vita a suo nome, “Hate To See You Go”, uscì infatti solo nel 1969, un anno dopo la sua prematura scomparsa.

little walter

 

Non poteva mancare all’appello la riedizione del primo LP di Howlin’ Wolf, “Moaning In The Moonlight” (1959), comprendente una selezione di singoli usciti tra il 1951 e il ’59. Di Wolf, nato Chester Arthur Burnett, battezzato dunque col nome del ventunesimo presidente degli USA, ricorre quest’anno il cinquantennale della morte, avvenuta infatti nel gennaio 1976 all’età di 65 anni. Influenzato sia da Tommy Johnson sia, soprattutto, dal suo eroe e riferimento,  Charley Patton, mississippiano come lui, l’esordio discografico è però piuttosto tardivo;  arriva a oltre quarant’anni, nel 1951, con un singolo inciso al Memphis Recording Service di Sam Phillips.

Un singolo epocale, “Moaning At Midnight/How Many More Years” supportato dal giovane Ike Turner (piano), Willie Johnson (chitarra), Willie Steele (batteria); “he sang with his damn soul”, il commento di Phillips su di lui. Questi dà in licenza alla Chess la registrazione e Leonard, intuito il suo potenziale,  in breve tempo riesce a metterlo sotto contratto in esclusiva, vincendo la concorrenza di fratelli Bihari.

La sua carica istintiva, ferina,  l’urlo ora virulento ora invece sinuoso, a seconda dei pezzi, l’energia a tratti difficile da contenere tipica dei suoi momenti migliori sono tra gli elementi che hanno fatto di Howlin’ Wolf un pilastro del blues post-bellico, qualità dispiegate in una serie di brani semplicemente memorabili. E che dire dei chitarristi passati alla sua corte, in primis il pupillo Hubert Sumlin, al suo fianco per oltre vent’anni, con i suoi fraseggi spezzati, inconfondibili, ma anche Jody Williams (“Evil”) o Otis “Big Smokey” Smothers (“I Asked For Water”) non sono da meno. Moltissimi gli artisti che gli devono qualcosa, da Tail Dragger a Tom Waits, passando per Screamin’ Jay Hawkins o Willie King.

Molto bello riascoltare queste pagine storiche, valorizzate appieno dalla resa sonora di Lp 180 grammi, con un attento lavoro di trasferimento dalle tracce analogiche originali. A prescindere dal fatto che, con tutta probabilità la grande maggioranza degli appassionati possiederà in un supporto o in un altro, la quasi integralità delle incisioni di questi artisti.

howlin wolf

(Fine prima parte)

Category
Tags

Comments are closed

Per la tua grafica

LE RIVISTE
Il Blues Magazine
14th Europen Blues Challenge

EBC 2026

Young Bloom In Blues

YBB 2026

Val Comelico Roots Festival

Val Comelico Roots Festival