dan penn

L’album che abbiamo “tra le mani” è l’ultimo di una manciata di dischi che Dan Penn, cresciuto ai Fame Studios di Muscle – Shoals, Alabama, in tempi non sospetti, pubblica a suo nome. In realtà, l’ottuagenario “uomo del soul” è meglio noto come autore dietro a canzoni che altre persone hanno portato alla ribalta: ci bastino Aretha Franklin o Wilson Pickett, per citarne alcune, tra le tante che pure registrarono in quegli storici studi, dove s’è costruita nel tempo l’identità del sound che ne fa il suo marchio di fabbrica, tra Memphis e l’Alabama.

Si può dire allora che Dan Penn, all’anagrafe Wallace Daniel Pennington, abbia avuto grande influenza sulla scena intorno a quest’area, sicché tra i Sessanta e i Settanta, i suoi riscontri l’han sempre più convinto della strada intrapresa. Attraverso “Smoke Filled Room”(Last Music Company), Pennington ci rispolvera così alcune sue demos nel cassetto, cercando di innervarle del loro spirito originario: quello dei tempi d’oro che forgiarono il suono classico e immortale del genere. Un processo creativo che sta dietro a una frequente rielaborazione di quanto scritto, “deus ex – machina” di un universo musicale che lo venera con rispetto.

Ritroviamo allora la sua title-track, che Irma Thomas cantava tra le tracce dell’album “True Believer” del ‘92; oppure “Blues of The Month Club”, in questo stesso “incipit”, che intitolava invece un disco di Joe Louis Walker del ‘95: l’omonimo brano sviscerava un blues chitarristico che pare qui scomparire, dall’arte degli interpreti, nell’idea originale.

Permea infatti tutto quest’album una resa dei brani, più come dei campionamenti che nello spirito di chi ne fece dei successi, cavalli di battaglia che pure sono stati, tanto per chi le ha scritte, ma anche per chi le ha rese celebri. Non è sempre detto però che l’autore di un pezzo sia anche chi lo renda al meglio, quantunque sia sua l’idea originaria. Ecco perché forse, dell’intento iniziale, questo disco all’ascolto perde un po’ di quel che ne era il proposito, cioè di restituirci quel che sono state, appunto, alcune “hits” in scaletta.

Sicché, quel che non avessimo già sentito in versioni d’altri, che pure le resero famose, suonano a tratti mielose e talvolta artefatte, per queste “renditions” che non sempre “rendono” giustizia a pezzi che magari furono così “in nuce”, salvo poi venir fuori solo nella grazia che le diedero gli interpreti. Cogliamo “Crazy Ol’Girl” nel mezzo del lotto, come “Creator Of All Things” o l’ultima “One Blue Light” (promo natalizia del disco) quali migliori omaggi a sé in queste ultime e rispolverate bonus, ma che nemmeno aggiungono alcunché alla firma di Mr. Daniel Pennington.

Matteo Fratti

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