Fabio Treves e Alex Kid Gariazzo

Stavolta gioca col blues come materia che si rinnova, il “Puma” di Lambrate, e senza prendersi mai sul serio fa appello all’inseparabile Alex “Kid” della sei corde come a una spalla comica di uno spettacolo di cabaret, dove il gusto per la battuta fa pendant con la serietà interpretativa dei brani scelti. Così, è una piacevole carrellata acustica nei classici a far da scaletta, riproposti con un entusiasmo che non tralascia gags e siparietti introduttivi alla rivisitazione degli evergreen in teatro («…stanchi di stadi e palazzetti dello sport…»” – si giustifica ironicamente il Fabio) tra la tradizione e Muddy Waters.

In mezzo, Jimmy Reed, Robert Johnson, Sonny Terry & Brownie McGhee che ovunque siano, a detta del nostro: saranno contenti che il blues è dovunque e anche … a Tavazzano con Villavesco il 10 novembre 2012! Nel nuovo teatro Nebiolo in provincia di Lodi, è piacevole e accogliente il clima di dialogo instaurato dal “prof” Treves con la platea divertita, che risponde a un appello (per alcuni dei presenti, non solo in senso figurato) e partecipa a uno spettacolo su di giri, strumentalmente rodato. Ed il lavoro di fino dell’assistente Gariazzo tiene le fila del tutto, deus ex machina in intrecci di accordi che passano dalla chitarra all’ukulele fino al mandolino (immarcescibile la “I Can’t Be Satisfied” di McKinley Morganfield, tra il pubblico) a risposta delle ance del Fabione che, sotto i baffoni, non nasconde mai un divertito sorriso. Come due pards di “bonelliana” memoria quindi, la metà della TBB (che aveva visto aggiungersi Guitar Ray nell’ultima tournée conclusasi proprio a Lodi lo scorso ferragosto) infila in maniera raffinata un’apertura su “Big Boss Man” fatta di un vivace wha all’armonica, versione curata e cori interessanti, nonché di un arpeggio finger-style all’acustica per un bridge colorato e jazzy. Gariazzo esalta poi anche con la voce una johnsoniana “Walkin’ Blues” che, divincolatasi dai microfoni, si libra un’altra volta nell’ambiente teatrale senza spina, letteralmente unplugged, com’era davvero al sound dei primordi. E quantunque Treves sottolinei di non aver mai fatto lavori forzati che l’avessero spinto a rifuggire nei blues, rimarca «… però ho fatto il liceo classico ..!» garantendo un’altra volta la sua personale declinazione dell’idioma afroamericano, giocata sulla simpatia. Come nel classicissimo “Tra intime” in cui, tra gli sbuffi dell’armonica, il capotreno in questione avvisa fuori microfono i passeggeri in poltrona di un’improbabile «…Rogoredo, stazione Rogoredo!». Ma il viaggio non tralascia neppure sorprese esotiche, e la tradizionale “Take This Hammer” si trasforma da arcinoto ricordo del beat italiano in una versione afro di un vecchio canto di lavoro, confermandone le suggestioni maliane che qualcuno aveva già notato. Un passaggio tra i migliori della serata al Nebiolo, e l’uso alternato di due armoniche che si fa complice d’un ukulele – song davvero d’atmosfera. Anche nelle tracce successive è palese un work in progress della coppia, e una virata molto roots dell’impostazione live si percepisce pure nell’altro traditional “When The Circle Be Unbroken” e nella murder-ballad “Deliah’s Gone”. I virtuosismi non mancheranno poi su “Mojo Boogie” di J.B. Lenoir, con “Nobody’s Fault But Mine” per chitarra baritono, su “Sportin’ Light Blues” ancora di Terry e McGhee, fino al cavallo di battaglia della Treves Blues Band “Flip Flop & Fly”, coi saluti su “The House Of The Rising Sun”. Un generoso concerto, che nei bis conclude con “Blues Again” e si fa manifesto poetico a dimostrare che è ancora blues, sempre blues, ma anche (e soprattutto) nuovo blues.

Matteo Fratti

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