FRANK SON SEALS

L’uomo dalla chitarra verde Cadillac

di Ottavio Verdobbio

Introduzione

La tradizione blues nella cosiddetta Terra delle Opportunità (Arkansas/Land of Opportunity) non ebbe mai lo stretto retroterra cultural-musicale dei vari stilemi texani, mississippiani o del Tennessee. Musicisti originari dello Arkansas come Robert Nighthawk, Floyd Jones, Casey Bill Weldon, ecc., dovettero emigrare in cerca di fortuna ed opportunità di lavoro. Solamente in seguito al successo di radio locali come la leggendaria KFFA nell’area attorno ad Helena, si concentrarono una serie impressionante di musicisti di blues dai nomi altisonanti. Il vero catalizzatore di questo fenomeno musicale fu senz’altro l’armonicista Rice Miller meglio conosciuto come Sonny Boy Williamson n. 2, ma anche guys come Robert Junior Lockwood, il pianista Lazy Bill Lucas, Driftin’ Slim, Houston Stackhouse, Joe Willie Wilkins, Peck Curtis, ecc., fecero la loro parte in quegli anni avventurosi per consolidare uno stile musicale locale. Con lo spostamento del Blues verso le città del Nord ci furono, almeno sino alla metà degli anni ‘40, anche gli spostamenti dei bluesmen e delle loro famiglie. In questo esodo verso le città del Nord dobbiamo nominare anche bluesmen più giovani come il batterista Willie Smith e i chitarristi Buster Benton, Sammy Lawhorn, Luther Allison ed il nostro Frank Son Seals (1).

Lacy Gibson, Ike Anderson, Son Seals, Snapper Mitchum (1979, foto Pertti Nurmi ©)

“Osceola rock” – L’infanzia trascorsa in una piccola cittadina dell’Arkansas

Jim Seals, il padre di Frank Son Seals, nei lontani anni’40 faceva parte dei leggendari Rabbit Foot Minstrels e nel contempo gestiva un club a West Memphis, Arkansas. Nel 1940 la famiglia Seals si trasferì a Osceola, una piccola cittadina dell’Arkansas circondata da immensi campi di cotone che fiancheggiavano la leggendaria Highway 61 e che in seguito Son Seals celebrerà in “Cotton Picking Blues”, un brano che inciderà nel suo primo disco intitolato “The Son Seals Blues Band” (Alligator 4703/1973). Jim Seals ad Osceola aprì il Dipsy Doodle Club e Frank Son Seals, il più giovane dei 13 figli dei coniugi Seals, nacque il 13 agosto 1942 proprio nella casa paterna che era situata proprio dietro il locale.

«Mio padre era un musicista. La maggior parte della sua gioventù la trascorse con il Rabbit Foot Minstrels Show di F.S. Walcot. Conosceva tutti i vecchi artisti. Ma Rainey, Red Foxx ed un batterista chiamato Fat, mi parlava molto di loro quando ero piccolo. Faceva anche qualcosa sul palcoscenico. Era un buon ballerino. Suonava il piano, la chitarra, i tamburi ed il trombone, era un grande musicista. A West Memphis gestiva un locale dove nei weekend si suonava il blues. Quando questo locale fu demolito, si trasferì a Osceola e quello fu il luogo dove lui e mia madre si conobbero e si sposarono».

Il bluesman Son Seals, quando si creò una solida fama in quel di Chicago era solito ricordare con nostalgia gli anni della sua infanzia trascorsi ad Osceola nel club paterno, dove «c’era un piano ed anche una vecchia chitarra con la quale io giocherellavo. Ma quello che io volevo veramente suonare erano i tamburi e quando avevo 11 anni (1953) mio padre mi comprò una batteria a Memphis. Solamente nel 1957 cominciai ad interessarmi alla chitarra. Con essa accompagnavo le canzoni del juke-box o mio padre al piano». Se la disgregazione familiare era una costante nelle comunità nere degli Stati del Sud in quegli anni; la famiglia Seals era senza dubbio un’eccezione ed il legame che univa il giovane Son con il padre fu consolidato dalla stessa passione che li univa:la musica del diavolo.

«Si potrebbe affermare che fu mio padre a mettermi sulla giusta strada. Mi insegnò tutto, proprio dal principio. Come accordare la chitarra e maneggiare la tastiera del piano. Mi faceva suonare un accordo per ore …Io mi annoiavo da morire e gli dicevo: “Esco a giocare con gli altri ragazzi.” Ma devo ammettere che aveva ragione, quando facevo gli esercizi con la chitarra, invece di andare su e giù con le dita, mi faceva stare su di un accordo finchè lo sentivo anche quando dormivo. Al mattino, appena sveglio, afferravo la chitarra e riuscivo subito a fare quell’accordo».

“I Hear Some Blues Downstairs”/Il Dipsy Doodle Club: una scuola di vita

Il Dipsy Doodle club di Osceola, Arkansas, aveva regolarmente in programma le esibizioni di artisti blues del calibro di Sonny Boy Williamson, Robert Nighthawk, Joe Hill Louis e Albert King. Si narra che all’età di 13 anni Son Seals accompagnasse alla batteria il grande Ramblin’ Bob quando l’errabondo bluesman faceva tappa a Osceola nel locale di Jim Seals. Uno dei bluesmen che influenzarono maggiormente il giovane Frank fu senza ombra di dubbio Albert King, che ebbe una delle sue prime esperienze professionali con un gruppo chiamato Yancey’s Band, che era solito esibirsi nei dintorni di Osceola. Dopo aver trovato lavoro nelle costruzioni come guidatore di bulldozer, Albert King formò un’altra band chiamata The Groove Boys dove militarono alcuni musicisti che gravitavano nei dintorni di Osceola come L.T. Taylor, Junior Anderson, L.V. Parr, Stevie Tucker e Bob Starr. The Groove Boys si esibivano regolarmente al Dipsy Doodle Club, e di lì a poco il giovane Son si trovò a partecipare ad estenuanti jam-session nel fumoso locale del padre in qualità di batterista, stringendo un rapporto di amicizia con il grande bluesman. In seguito Albert Nelson a.k.a. Albert King utilizzò il giovane batterista nella sua blues band, e Son Seals registrò con il bluesman di Indianola il secondo disco di Albert perla Stax Records: il pluridecorato “Live Wire/Blues Power (Stax 2003), contenente il famoso monologo di King, una specie di sermone profano rivolto al pubblico acclamante che recita così:

“When you’re playing the Blues, they’re so strong, that’s the reason they call it Blues power and would you believe, I invented Blues power”. (2).

Frank Son Seals voleva a tutti i costi diventare anche un grande chitarrista, e all’età di 18 anni formò una band e trovò un ingaggio per 4 sere alla settimana in un locale chiamato Chez Paris Club a Little Rock, Arkansas, e questo ingaggio andò avanti più o meno per 4 anni. Nel 1963 il chitarrista di Osceola raggiunse Chicago, e soggiornò per circa sei mesi a casa di una delle sorelle e cominciò a frequentare i locali del Southside e del Westside e si unì ai Roadmasters del suo vecchio amico Earl Hooker.

Son Seals (1979, foto Pertti Nurmi ©)

Se indubbiamente Albert King, Hound Dog Taylor e l’inimitabile Earl Hooker furono i suoi fondamentali punti di riferimento dal punto di vista chitarristico, il contatto con altri musicisti che gravitavano negli oscuri locali del ghetto quando calava l’oscurità e si accendevano le sfavillanti luci al neon, fu senza dubbio basilare per il giovane Frank Seals. Ad un giovane alle prime armi la vicinanza di bluesmen come Lefty Dizz, Big Red Smith, Junior Wells, Joe Carter e Johnny Little John, ecc., fu fondamentale e Chicago era il luogo adatto per concretizzare un sogno che ad Osceola sembrava ancora così confuso.

«Mi sono convinto di non tentare più di imparare da altri chitarristi. Mi piace sentire altri musicisti, ma ora non faccio più come una volta quando correvo a casa e, presa la chitarra, tentavo di suonare quello che avevo appena sentito. Voglio io stesso creare le mie cose, voglio dare la mia interpretazione al Blues».

Il suo soggiorno nella Windy City fu bruscamente interrotto dall’aggravarsi delle condizioni di salute del padre, e Son Seals fu costretto a ritornare in Arkansas e riprese a suonare con il suo vecchio gruppo in locali come il Blue Goose e l’Harlem Club.

Il ritorno a Chicago

«Da un mucchio di bidoni dell’olio tagliati, che stavano lì vicino; si spandeva in tutte le direzioni l’inconfondibile ricco odore di barbecue. “What Have I Done Wrong” di Magic Sam, si diffondeva nell’aria da qualche altoparlante invisibile, come se stessero suonando la musica della mia entrata in scena prima della battaglia» (3).

Nel 1971 Frank Son Seals, dopo la morte del padre, ritornò a Chicago e si stabilì nel Southside e cominciò a frequentare locali come l’Expressway Lounge e il Psychedelic Shack, dove saliva sul palco con guys come Taylor e Howlin’ Wolf Jr. In questo periodo della sua vita il Blues non garantiva al giovane la possibilità di pagarsi un affitto e così si trovò un day job come operaio edile, mentre ebbe la possibilità di suonare con Hound Dog Taylor quando il vecchio Theodore si scazzottava con il chitarrista Brewer Phillips e Mr. Phillips lasciava temporaneamente gli Houserockers, giurando che non sarebbe più tornato a suonare con quel vecchio energumeno. Qualche anno dopo e precisamente nel 1973 Son Seals ed il bassista Bob Simmons subentrarono agli Houserockers di Taylor come houseband all’Expressway Lounge e questo fu possibile solamente dopo il successo del primo disco inciso da Hound Dog Taylor per la nascente etichetta Alligator di Bruce Iglauer.

Un locale chiamato “Flamingo Club” e la magia del Southside

In un locale chiamato Flamingo Club, situato tra la 53rd e Calumet; ogni notte saliva sul palcola Son SealsBlues Band e come per magia l’atmosfera si surriscaldava in tutto il Southside ed anche i vicoli più maleodoranti e bui si illuminavano all’improvviso di luce propria. E fu proprio in questa atmosfera carica di tensione, che un tizio chiamato Wesley Race decise di fare una telefonata dal locale.

«Bruce, ora voglio che tu ascolti». Wesley urlava tenendo la cornetta del telefono orientata verso il palco…Dopo aver ascoltato per 10 minuti Bruce Iglauer si mise a gridare: «Who the hell is that?» al che Wesley Race in trance replicò: «That? That is Son Seals”!».

Se l’agiografia blues é ricca di queste leggendarie e fantasmatiche situazioni, è pur vero che la scoperta musicale di Son Seals fu indubbiamente molto importante, perchè dimostrava ancora una volta che il Blues di Chicago agli inizi degli anni ‘70 era più vivo che mai e che giovani musicisti ma anche misconosciuti veterani che vivevano ai margini dello showbiz, erano ansiosi di far conoscere la loro musica e quindi era giunto il momento di portare in studio artisti come Houndog Taylor, Frank Son Seals, Fenton Robinson, Big Voice Odom, Vernon Harrington, Big Leon Brooks, Hip Linkchain, Alvin Nichols, ecc.

Il Rinascimento del Blues a Chicago

«Ci sono mille problemi da risolvere ed uno di questi sono i musicisti di blues. Anzitutto sono molto di più i buoni suonatori di blues che il denaro e i posti disponibili.

Ed ecco la ragione per cui ingaggio complessi come Otis Rush, Sam Lay, J.B. Hutto, Son Seals, Jimmy Dawkins, Blueblood Mc Mahon, Magic Slim; uomini di cui ci si può fidare. Questo é molto importante, perchè tanti di questi padroni di locali ti licenziano facilmente e perciò è molto importante per me guadagnare la loro stima e fiducia». (Bob Riedy/pianista).

L’esordio discografico della Son Seals Blues Band (Alligator 4703/1973) fu strabiliante e per certi versi veramente inaspettato, ed ancora oggi questo album rimane forse il migliore inciso dal giovane chitarrista di Osceola. Composizioni come “Sitting At My Window”, Your Love Is Like A Cancer”, “Cotton Picking Blues”, oppure lo strumentale “Hot Sauce”, a distanza di quasi 40 anni, non perdono la loro carica emozionale ma sono il prototipo di un blues contaminato ma realmente presente nel tessuto culturale e musicale della metropoli. In quegli anni l’Alligator non produceva ancora la musica seriale dei nostri giorni, ma dava la possibilità ad artisti come il Fenton Robinson di “Somebody Loan Me A Dime” e “I Hear Some Blues Downstairs” (AL 4705/A1 4710) oppure l’Houndog Taylor (AL 4701/AL4704) dei primi dischi e anche al grande Big Walter Horton ((AL 4702), di uscire dall’anonimato e dal conseguente oblio.

«Ancora oggi migliaia di musicisti suonano il Blues alla maniera di B.B.King. Lo stile di B.B. King é veramente stupendo. Allo stesso tempo se io dovessi continuare per il resto della mia vita a suonare con il suo stile, farei quello che tantissimi altri fanno; e potrei anche essere chiamato B.B. King Junior. Io la penso così. Se gli altri cercano di imitare B.B. King, perché un giorno non potrebbero imitare Son Seals? – perché non potrei essere io il responsabile di un cambiamento nello stile del Blues? – Questo è quello che penso e mi sforzo di raggiungere».

Se gli album seguenti come “Midnight Son” (Al 4708) o “Chicago Fire” (AL 4720) non mantengono le aspettative dell’album d’esordio; in “Live And Burning” (AL 4712), registrato dal vivo al Wise Fools Pub, locale situato nel Northside su Lincoln Avenue, il chitarrista nella congeniale dimensione live, annichilisce l’ascoltatore con i suoi rauchi e potenti hardblues ad alto tasso energetico come si evince da brani come “Funky Bitch”, “Hot Sauce”, “I Can’t Hold Out” (Elmore James) o “Help Me Somebody” in cui i suoi fendenti alla chitarra sono perfettamente assecondati da una band stellare composta da grandi comprimari della scena blues di Chicago come il potente sassofonista A.C. Reed, Lacy Gibson, senza dimenticare Snapper Mitchum al basso oppure l’ex James Cotton Band Alberto Gianquinto al piano in “Last Night”. Nel corso degli anni il chitarrista di Osceola si avvierà ad una piena maturità non solo strumentale ma anche vocale, ed il suo baritono ruvido e ringhiante raggiungerà vette di eccellenza nell’ultimo album inciso per l’etichetta Alligator, un live intitolato “Spontaneous Combustion” (Alligator 4846/1996) registrato al Buddy Guy’s Legend di Chicago. Frank Son Seals inciderà per l’etichetta di Bruce Iglauer un totale di 8 dischi, ma se escludiamo alcuni episodi di “Bad Axe” (Alligator 4738) come “Cold Blood” e la cover di “Person To Person”, ma anche il suo potente e rauco baritono che impreziosisce “Life Is Hard”, contenuto in “Nothing But The Truth” (Alligator 4822), le sue rimanenti incisioni su Alligator sono avvolte dalla foschia di una rassicurante routine e serialità.

Son Seals (2001, foto Pertti Nurmi ©)

Album come “Chicago Fire” (Alligator 4720) e “Bad Axe” (Alligator 4738) ripropongono i suoi blues lenti che vengono alternati a potenti blues con la solita ed adeguata ritmica funky. Dopo l’uscita sul mercato di “Livin In The Danger Zone” (Alligator 4798/1991), i rapporti tra il musicista di Osceola e Bruce Iglauer si deteriorano, ed anche se negli anni novanta uscirono altri due dischi per l’alligator (“Nothin But The Truth” e “Spontaneous Combustion”), Frank Son Seals nella seconda metà del decennio dovrà vivere in una drammatica e pericolosa “danger zone” disseminata di eventi critici che lo porteranno ad un passo dalla morte. Nel gennaio del 1997 la sua ex moglie gli sparò mentre stava dormendo, perchè credeva che il bluesman avesse una relazione con un’altra donna, ma il destino fu benevolo con Son Seals: infatti la pallottola si conficcò nella mascella e dopo circa sei settimane di degenza, il musicista ritornò ad esibirsi con assiduità nel circuito dei locali del South e Westside.

Nell’estate del 1999 le condizioni di salute del musicista si aggravarono a cause del diabete che lo affliggeva da più di 15 anni, ed a Frank Son Seals venne amputata la gamba sinistra sotto il ginocchio, ma l’uomo di Osceola aveva la pelle dura e dopo circa due mesi era ancora in grado di salire sul palco con l’aiuto delle stampelle.

«Ora sto bene. Mi sono imposto di non farmi trascinare completamente in fondo da ciò che mi è successo. Ho ripensato a ciò che mi diceva mio padre: – Finché respiri, figliolo, hai ancora una possibilità – ».

Son Seals is back in town

«Il batterista all’improvviso attaccò e il brusio tacque. Il bassista gli andò dietro, poi si aggiunse l’armonicista e la chitarra. Contro il microfono era appoggiata una chitarra nera. Un uomo snello uscì sul palco. Era tutto vestito di nero, con un cappello da cowboy e un pesante medaglione d’argento. Si chinò, prese in mano la chitarra nera…e la folla esplose in delirio…La maggior parte dei cantanti di blues inizia con un pezzo ritmato, per scaldare la platea. Lui invece cominciò con “Bad Blood”, una ballata che trapassava il cuore. Le sue lunghe dita erano come pietre focaie contro l’acciaio delle corde. Facevano scintille…Riuscivo quasi a vedere le note scorrere dalla chitarra nera, un nastro liquido di miele e panna, teso sopra spazi di cemento e filo spinato». (Andrew Vachss, La vendetta di Burke).

L’uomo con la chitarra nera aveva sconfitto la sfortuna e il dolore, ed ora era pronto a riconquistare il posto che gli spettava di diritto nel panorama musicale di Chicago e conseguentemente nel mondo spietato dello showbiz.

«…Il pubblico continuava a chiedere un bis dopo l’altro e lui continuava a concederli. Alla fine si inchinò leggermente, si toccò l’orlo del cappello e sparì dietro al palco. ”Son Seals!” gridò il presentatore, mentre lui se ne andava con la chitarra in mano» (4).

La rinascita di Son Seals, come uomo ed artista, è indubbiamente dovuta ad una serie di fattori come il cambio di etichetta e le sue nuove idee musicali che dovevano concretizzarsi nel nuovo disco inciso a New York per i tipi della Telarc, che venne prodotto dallo stesso musicista e dal chitarrista Jimmy Vivino. Un altro dato importante da tenere in considerazione fu senz’altro il rapporto di amicizia e di stima con lo scrittore Andrew Vachss, che nei suoi romanzi ha sempre dato largo spazio al Blues e ai suoi interpreti. Ricordiamo che la colonna sonora delle avventure di Burke, l’antieroe creato dallo scrittore è costantemente imperniata sui blues che lo confortano e lo accompagnano mentre dà la caccia a pericolosi killer e pedofili lungo i sentieri sordidi della metropoli dove impera il crimine, e la perversione sessuale è avvolta dall’eccitante magnetismo della seduzione del male.

«La radio continuava ad andare. Prima la Paul Butterfield Blues Band con “Our Love Is Drifting”. Il nostro amore stà andando alla deriva. Poi Bo Diddely con “Before You Accuse Me” – prima che tu mi accusi. Come se il disc-jokey sapesse che ero “in ascolto” » (5).

L’album registrato per l’etichetta Telarc usci sul mercato nel 2000 con il titolo profetico di “Lettin’ Go” (Telarc 83501), e a riprova del fatto che l’etichetta di Cleveland puntasse molto sul rilancio del musicista; notiamo che in un sampler intitolato “Telarc’s Got More Blues/New Blues For2000”(Telarc 83503) il bluesman di Osceola è uno dei pochi che é presente con due titoli e precisamente “Lettin’ Go” e “Dear Son”. In questo periodo la promozione dell’artista proseguì con l’uscita della rivista Audiophile Sound (Giugno/Agosto 2000) che gli dedicò la copertina e tre brani contenuti nel CD abbinato alla pubblicazione (“Bad Blood” – “Lettin’ Go” – “Bad Luck Child”).

“Lettin’ Go” fu il primo disco in studio dopo più di cinque anni di assenza dalle sale di registrazione, ed è composto di 14 canzoni e si avvale della collaborazione dell’amico Andrew Vachss che è l’autore dei testi di due brani cardine come “Bad Blood” e “Doc’s Blues”, mentre l’unica canzone già nota consiste nella ripresa di un suo vecchio classico, ovvero “Funky Bitch”, in cui è presente il chitarrista Trey Anastasio, membro del gruppo rock Phish.

«Stavamo suonando a Rockville, Illinois. e tra il pubblico c’erano dei ragazzi che continuavano a gridare, richiedendo quel motivo…poi scoprimmo che avevano ascoltato i Phish eseguire quella canzone».

Il vecchio Frank Son Seals non era minimamente cambiato. Forse le avversità della vita lo avevano indurito ancora di più come traspare dalla cruda e spietata interpretazione vocale del brano di apertura intitolato “Bad Blood”, e se “Lettin’ Go” é solamente un blues radio oriented con forti accenti funky, notiamo che con “Bad Luck Child” la statura vocale e strumentale di Seals esplode con prepotenza e voracità nel narrare gli attimi di sofferenza passati, nel tentativo di riscattarsi e di essere risarcito per tutti i torti subiti.

La rabbia é benzina nel cervello e nella chitarra del bluesman di Osceola, e tutto ciò traspare nel drammatico incidere il blues come “Give The Devil His Due” e nell’autobiografia “I Got Some Of My Money”, dove trapela tutta la sua pena e sofferenza. La sua musica é un audace concentrato di Southside blues, hardblues condito da una possente ritmica funky con l’aggiunta di fiati ad hoc: un melting pot delle visioni musicali che covano sotto la cenere di una Chicago ormai in fiamme e senza speranza.

«Non ho intenzione di allontanarmi troppo da ciò che faccio, finché esisterà il blues. Ma voglio pure realizzare tutto ciò che sento di musicale. Se mi viene una buona idea, desidero metterla alla prova io stesso, anche presentandola al pubblico prima di registrarala. Questo è ciò che è accaduto con il brano country & western (“Rockin And Rollin’ Tonight”): l’ho eseguito molte volte per verificare come avrebbe reagito il pubblico, ed esso mi ha dimostrato di adorarlo.» Dopo l’ottimo riscontro che ebbe “Lettin’ Go”, il bluesman continuò a suonare i suoi blues per altri anni e Burke lo rivide al Flamingo Club fra la 53rd e Calumet in una gelida serata degli inizi di dicembre dell’anno 2004; questa fu l’ultima volta che lo ascoltò. Infatti il bluesman di Osceola si spense a Chicago il 20 dicembre, pochi giorni prima di Natale. Burke apprese la notizia della morte di Son Seals la notte di Natale, quando guidando la sua Corvette si sintonizzò su uno dei programmi di Blues trasmessi dalla KBOO nelle ore piccole.

Dalle casse, Son Seals ringhiava “Before The Bullets Fly” e Burke, mentre si accendeva l’ennesima Camel senza filtro, sorrise al pensiero di quel uomo vestito di nero con gli zigomi pronunciati e la barba seduto da solo nel camerino del locale mentre stava fumando un sottile sigaro nero.

POST SCRIPTUM

Son Seals suonava una chitarra Guild con amplificatore Fender e la sua chitarra nella luce fioca dei club sembra nera ma il bluesman ci teneva a precisare che era color verde Cadillac.

«Possiedo quella chitarra da 25 anni. Una volta me la rubarono, e dovetti fare il diavolo a quattro per recuperarla. L’ho fatta revisionare e mi piace il suo suono.».

NOTE

1) cit., da “Luther Allison/Soul Fixin’ Man”, Il Blues n. 63, p. 11.

2) «Quando tu suoni i blues, sono così forti, questo è il motivo per cui lo chiamano Blues Power. E potete crederci se vi dico che ho inventato il Blues Power».

3) cit., da “Contro il Male” di Andrew Vachss, Sperling & Kupfer Editori, pag. 177

4) cit., da “La vendetta di Burke” di Andrew Vachss, Sperling & Kupfer Editori.

5) cit., da “Contro il Male”, di Andrew Vachss, Sperling & Kupfer Editori, pag. 253.

DISCOGRAFIA

Opere soliste LP

1) Son Seals Blues Band (Alligator 4703)-USA-

2) Midnight Son (Alligator 4708)-USA-

3) Live And Burning (Alligator 4712)-4712-

4) ChicagoFire (Alligator 4720)-USA-

5) Bad Axe (Alligator 4738)-USA-

Opere soliste CD

1) Living In The Danger Zone (Alligator 4798)-USA-

2) Nothing But The Truth (Alligator 4822)-USA-

3) Spontaneous Combustion (Alligator 4846)-USA-

4) Lettin’ Go (Telarc 83501)-USA-

Antologie e collaborazioni LP

1) Blues Deluxe (XRT 9301)-USA-

2) The Blues, Vol, 6 (Sonet 157.102)-GB-2LP-

Antologie e collaborazioni CD

1) Artisti Varî: Houndog Taylor/A Tribute (Alligator 4855)-USA-

2) Artisti Varî: Telarc’s Got More Blues (Telarc 83503)-USA-

3) Artisti Varî: Audiophile Blues (Audiophile/Telarc 012)-USA-

Musicassette

1) Live At B.L.U.E.S. (Blues R&B 93702)-USA-

[n° 119 della rivista: vai ad arretrati]