Stanno fortunatamente emergendo prepotenti figure femminili nel mondo musicale, e nel blues non siamo fortunatamente da meno. In tempi non sospetti abbiamo sostenuto che solamente mescolando bene gli ingredienti si ottiene un buon piatto, e che sempre più spesso l’universo femminile dimostra di avere molto più da dare di quello maschile. Adoriamo Samantha Fish e questa estate abbiamo assistito al concerto di Ally Venable, classe 1999, al Megève Blues Festival apprezzando la sua personale interpretazione della tradizione afroamericana. Ghalia Volt, su etichetta Ruf Records, da sempre lungimirante per quanto riguarda le nuove produzioni, con 10 pezzi autografi su 11, ed uno, “Ride”, scritto assieme a Jeremy Joyce, non si lascia mettere in disparte da nessuno. Qui siamo a Nashville, presso la House Of Grease, dove l’album è stato registrato nell’agosto del 2025, assieme a Ghalia troviamo JD Simo alla chitarra (e alla produzione), Brain Allen al basso e Chris Powell alla batteria. Finalmente la slide guitar, sia di Ghalia che di JD Simo, che tanto ci piace, ma anche la capacità di misurare l’energia di una centrale nucleare come se fosse una sottile brezza mattutina, dall’incedere particolarmente rallentato di “Where Do We Go”, un omaggio ai fratelli in musica e al sound di Holly Springs, una spruzzata di country rock con “Wrong Horse”, e una botta allo stomaco con “Lucifer’s Grip” in cui sicuramente Hooker da lassù (o meglio laggiù) riconoscerà la sua influenza. In “Mine” si passa dalla ballad al rock&roll d’atmosfera, mentre la title track sembra davvero avere il potere di incendiare qualcosa, solamente avvicinandogli gli speaker, con un bellissimo dialogo di slide che sembrano parlarsi una lingua antica e desueta. La voce di Ghalia, a tratti nasale che ci ricorda quella della Fish, emerge ancor di più nel lento “River Song”, e “” ci trasporta in un ambiente in stile Black Snake Moan, ma senza Samuel L. Jackson. Se il disco si apre con la potenza di “No Ice Please”, chiarendo subito il rifiuto a qualunque cosa sia annacquata o allungata, eccolo chiudersi con la delicatezza di “Black And White”, con la Volt in solo voce e chitarra, un brano che ci ricorda che ogni cosa, vita, esperienza, viaggio, lavoro, storia o fantasia, ha per forza in sé sia il bianco che il nero.
Davide Grandi









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