Robin Trower intervista Il Blues

A pochi giorni dalla pubblicazione dell’ultimo album in studio abbiamo incontrato Robin Trower, il chitarrista inglese che non sente affatto il peso dei suoi 60 anni di carriera: in “Shine” la sua chitarra continua a brillare, a conferma della sua voglia di continuare a comporre musica e tenere vita la sua vena creativa.

Anche in “Shine” ascoltiamo i tuoi fraseggi distintivi: il tuo processo di composizione è stato diverso o simile rispetto a quello dei tuoi album precedenti?

In realtà lavoro sempre seguendo più o meno la stessa routine. Parto da un’idea chitarristica, che poi trasformo in un’idea per una canzone. Perfeziono l’arrangiamento, poi lavoro sulla linea melodica, la parte vocale, e magari contemporaneamente elaboro alcune idee per gli assoli, per poi passare al testo. Questa è più o meno la formula che utilizzo ormai da parecchio tempo.

Hai un ottimo feeling con Chris Taggart e Richard Watts: cosa rende questa formazione così affiatata e perfetta per il tuo sound?

Beh, innanzitutto penso che siano entrambi musicisti meravigliosi, davvero di prim’ordine. Richard ha una voce bellissima, e Chris ha un feeling meraviglioso e una tecnica eccezionale allabatteria. Ma credo che forse l’ingrediente chiave sia che seguono le indicazioni e sono disposti ad assecondare ciò che sto cercando di fare.

Il tuo sound è molto diretto, non usi tastiere o altri strumenti, ma ti concentri sul ritmo, con chitarra e voce in primo piano: è corretto?

Sì, quando scrivo una canzone, di solito penso prima alla parte di basso; ho in mente proprio la voce di Richard mentre scrivo il testo e la melodia, e penso sempre a una parte di batteria. Quindi ho già un arrangiamento piuttosto completo prima ancora di coinvolgere i ragazzi.

Significa che quando componi, pensi alla voce di Richard Watts in particolare per ogni brano?

Esatto: mi piace scrivere per quella che chiamo la sua “tonalità migliore”, la sua estensione vocale ottimale, capisci? Sento il suono della sua voce nella mia testa.

Nel tuo album c’è anche una canzone, “Truth” cantata da una donna: di chi si tratta e che cosa ti ha portato a questa scelta?

La cantante è Jess Hayes. Circa tre anni fa, la sua band faceva da spalla a noi nel Regno Unito: ho sentito la sua voce e mi è piaciuta, per cui ho semplicemente voluto lavorare con lei. Infatti già nel mio album “Come and Find Me” abbiamo registrato una canzone intitolata “Tangled Love”: visto il riscontro positivo ottenuto, ho pensato: “beh, vedrò se riesco a scrivere un’altra canzone per lei”. E lei ha fatto un ottimo lavoro.

Robin Trower (photo Rob Blackham©)

Robin Trower (photo Rob Blackham© per gentile concessione)

Cosa ti spinge a prendere in mano la chitarra praticamente ogni giorno e a scrivere nuovo materiale?

Devo dirti che, se posso, mi piace suonare ogni giorno. Di solito lavoro su nuovo materiale per la maggior parte del tempo. È questo che rende tutto interessante, credo: avere sempre nuovo materiale con cui sperimentare.

Molti ti ammirano perché, invece di limitarti a suonare i vecchi successi, continui a scrivere nuova musica: qual è la principale fonte di ispirazione dietro i nuovi album, sia in termini di testi che di suono?

Penso che ci sia una progressione naturale: ad esempio, per il suono della chitarra, lavoro sempre sul timbro e provo cose diverse. Per quanto riguarda la composizione di nuovo materiale, cerco di sviluppare le nuove idee che mi vengono e penso: “beh, questa è una cosa un po’ originale”. Questo mi attrae di più rispetto a qualcosa che mi sembra di aver già trattato in passato. Mi piace pensare di poter apportare qualcosa di nuovo.

Durante i tuoi concerti dal vivo, proponi un buon mix di brani nuovi e vecchi?

Sì, mi piace suonare alcuni brani nuovi, di solito attingo a quelli che ho inciso negli ultimi tre album, e poi naturalmente i pezzi classici, il pubblico continua ad amarli.

So che tu sei cristiano e mi pare che il tuo singolo “Live Your Time” incoraggi le persone a non lasciarsi fermare dalle tensioni del mondo o dalle cattive notizie, ma a vivere la propria vita al massimo.

Sì, stiamo sicuramente vivendo in tempi molto bui, su questo non c’è dubbio. Ecco perché mi piace quel testo e anche altri naturalmente: è un messaggio molto positivo di cui tutti abbiamo davvero bisogno in questi tempi. Penso che la preoccupazione sia comunque negativa: quando ti preoccupi per le cose, specialmente quelle che non puoi cambiare, è in realtà uno spreco di energia, che possiamo usare per cercare di vivere meglio.

La combinazione di Fender Stratocaster e ampli Marshall (suonato ad alto volume) ti caratterizza ormai da tantissimo tempo: hai sempre creduto in questo abbinamento?

Eh sì, quelle sono le mie basi, anche se mi diverto spesso a sperimentare altro, per vedere cosa riesco a ricavarne. Però indubbiamente la mia musica nasce dall’unione della Strat con il Marshall: il suono che producono funziona per me, non c’è dubbio. Quelli sono davvero i miei fondamentali.

Luca Zaninello

[Leggi in inglese]

Category
Tags

Comments are closed

Per la tua grafica

LE RIVISTE
Il Blues Magazine
Dolomiti Blues & Soul 2026

Dolomiti Blues e Soul 2026

Young Bloom In Blues

YBB 2026