LODI BLUES FESTIVAL

Angelo “Leadbelly” Rossi (foto Matteo Fratti)

Un appuntamento che resiste e non demorde, e la melegnanese Groove Company non ferma il treno che sette anni fa inaugurava uno dei pochi Blues Fest invernali (per non dire l’unico) in quel capoluogo del lodigiano, dai malati d’America detto come l’omonima canzone dei Creedence “Lod- (h)-ai”, California (…ma non c’è il sole e un marzo che pare inverno non ha giovato nulla al posticipo delle date delle session, 1 e 2 marzo, di solito a metà febbraio).

Come di consueto però, è al secondo anno l’iniziativa che vede esibirsi nei locali dei dintorni una Lodi City Blues con gli italiani della nostra fervida blues-scene, quest’anno Linda Sutti (Coffee Move), Stefano Galli (Clinica dell’arte), Folk’s Wagon (Casa del popolo) e The Stanleys (Wellington Pub). Quanto ai malati d’America, non c’erano solo loro all’appuntamento centrale dell’evento a Teatro, ma un pubblico che tutti gli anni apprezza quest’opportunità non comune alla provinciale italianità dell’ipotetico stereotipo: «…blues per un pubblico di nicchia o eventi estivi gratuiti per la massa in ferie». L’abitudine al gusto educa invece le persone e sebbene non abbiano risposto in massa al venerdì dei Nerves & Muscles e di Andy J. Forest, l’esibizione degli artisti ha smosso la rigidità “loggionistica” che è quasi un tratto “locale” e che i musicisti di passaggio possono vantare di riuscire (o meno) a smuovere. Qualche difficoltà per il suono di Angelo Leadbelly Rossi & Band, detta così per capirci, che in fondo trattasi affatto di front-man per l’Angelino nostrano, ma del supercombo del nuovo disco “New Mind Revolution” con Max Prandi e Tiz “Rooster” Galli a inanellare un fluido jam-sound, pastoso come le acque paludose in fondo alla Louisiana e acido quasi come i Doors o Jimi Hendrix. Là, i santoni di riferimento della band d’apertura, qui, i brani tosti, scuri come la notte e freddi come la pianura, da un disco in nuova veste per l’ensemble ancora in rodaggio live. Diversa la questione per l’istrionico Andy J., da tempo un tramite inconfondibile tra l’Italia e l’America, e già per l’accento italo-americano che non tramonta mai, indi per un’armonica impazzita quanto davvero, stavolta, un front-man o band-leader o che dir sì voglia, mastro cerimoniere su e giù dal palco, ora tra il pubblico inseguito dalla band, ora on stage con in mano la chitarra di Daniele Tenca, ospite d’eccezione in compagnia dei musicisti del suo ultimo “Wake Up Nation” e pure fedelissimi di Andy: Heggie Vezzano alle chitarre, Sergio Cocchi alle tastiere, Luca Tonani al basso e Pablo Leoni alla batteria. Che dire quando poi l’armonicista di New Orleans, sprovvisto della scaletta per la gioia dei suoi compagni di scena, ha regalato un’improvvisata “Lodi” (la “Lod-h-ai” di cui sopra, appunto…) dei CCR, impreziosita dagli aneddoti che lo vedono ospite nostrano da tempo. Fin da “quei” tempi dell’album “Indiani” di Fabrizio De Andrè, quando vi suonò l’unico vero blues in italiano “Quello che non ho” – «…al quale…» – confessa: «…ci avevo pensato quando Daniele (Tenca) mi mandò il suo pezzo in inglese “What Ain’t Got”: pensai che fosse quello…!»

Non le stesse emozioni con l’head-liner della sera successiva, il “Duke” americano Robillard: swingante chitarra d’influenze alla T-Bone Walker, collaboratore per Dylan o Waits, la sua prestazione si rivela esecuzione tecnica un po’ fredda e che sembra non trovare il giusto feeling con la platea, quantunque Robillard avesse sostituito anche lo stesso fratello di Stevie Ray, Jimmy Vaughan, nei Fabulous Thunderbirds, e vanti una carriera nota sin dai tempi dei Roomful Of Blues. Più accattivante la ricerca sonora di Marco Pandolfi a dare il via alla seconda delle due serate, volta adesso a un low-fi quantunque troppo impostato, con la batteria di Federico Patarnello e chitarra-armonica in uno stile “sofisticatamente” downhome, appunto, ma a favore di una chiusura d’inverno in blues che anche stavolta non lascia indifferenti.

Matteo Fratti