LUCERNA BLUES FESTIVAL 2016

Il viaggio verso una meta ormai fissa per la nostra redazione inizia con un bello ed assolato pomeriggio milanese (si, senza nebbia) per arrivare, dopo aver passato Lugano e l’omonimo lago, al San Gottardo già bellamente imbiancato. Quello che ci attendeva, dopo i 17 km di galleria, era fredda pioggia e nuvole basse. Posate le valige in hotel (sempre di grande livello l’ospitalità dell’organizzazione) ci siamo subito trasferiti verso il Gran Casino Luzern dove, con puntualità svizzera, iniziava la serata con l’apertura affidata ai fratelli Dave e Phil Alvin accompagnati dal chitarrista Chris Miller. Il trio, comodamente seduto, ci propone un set elettro-acustico abbastanza intimo dove le voci di Phil e Dave confermano la loro grandezza lasciandoci, invece, stupiti per il tanto spazio lasciato a Miller, non certamente una delle migliori sorprese di questo festival. Un concerto piacevole dove emerge una grande fatica fisica per Phil (maggiormente percepita nell’incontro seguente nel backstage) che, però, quando canta rimane un leone.

il_blues_magazine_texas-blues-legend-lou-ann-barton-lucerne-2016-photo-ph-pretetA seguire Lou Ann Barton cantante texana di lungo corso, nota per gli inizi accanto a Stevie Ray Vaughan, mentre discograficamente ha diradato le prove, concedendosi il gusto di duettare con Jimmie Vaughan negli ultimi due dischi dell’ex chitarrista dei Fabulous Thunderbirds. Proprio dall’attuale formazione del gruppo proviene il chitarrista Johnny Moeller, guida della formazione che l’accompagnava, insieme al fratello batterista Jay. La band fa un buon tappeto, in linea con la tradizione texana, la Barton però si affida ad un repertorio un filo scontato, pezzi come “Ti Na Nee Na Nu”, “I Hear You Knockin’” o “Shake A Hand”.  Proseguendo con altri classici come “Scratch My  Back” o “Can’t Stand To See You Go”.

John Primer, un ritorno sempre gradito, capitanava il “Muddy Waters 101 Tribute”, un set di Chicago Blues rotondo e compatto, con altri volti noti nella band, quali l’illustre Bob Stroger, decano dei bassisti di Chicago e dintorni e Billy Flynn, chitarrista di classe, allievo di Jimmy Dawkins, habitué dei palchi di Lucerna. All’armonica abbiamo ritrovato un altro figlio d’arte, Steve Bell, musicista di buon impatto, sulle orme del padre o di James Cotton. Sezione ritmica (Media / Scharf) e tastiere facevano il loro lavoro. Primer è bravo e come dimostrato, per l’ennesima volta, nel disco tributo a Waters prodotto lo scorso anno da Larry Skoller, conosce a fondo la materia. il_blues_magazine_steve-bell-lucerne-2016-photo-ph-pretetOttima la sua versione di “Double Trouble”, più legata a Muddy Waters ( e Howlin Wolf)  il resto dei brani, dall’immancabile “Got My Mojo Working”, “40 Days & 40 Nights” a “Meet Me In The Bottom”. Un set di blues rassicurante e ben suonato.

Chiude la prima serata al Casino, la revue rhythm and blues di Earl Thomas, cantante proveniente dalla West Coast, con un gruppo ben assortito, con tastiere e una sezione fiati. Thomas ha una bella voce e un repertorio personale, pescato in parte dal suo disco più recente “Crow”, cose come “I Don’T Believe” e “Somebody’s Calling” sono esempi di credibile rhythm and blues senza essere per forza vintage e qualche cover ben fatta,  “Soulshine” (W. Haynes). Uno spettacolo condotto con professionalità.

Il canadese di Ottawa JW Jones era già stato a Lucerna nel 2009 e anche questa volta aveva il suo trio, Mathieu Lapensee alla batteria e Laura Greenberg al basso. il_blues_magazine_earl-thomas-lucerne-2016-photo-ph-pretetAnche lui ha un nuovo album, prodotto da Colin Linden e per la prima mezzora fa un buon concerto, tra qualche suo pezzo, “Same Mistakes” e “The Price You Pay” e un bel tributo a Buddy Guy del quale ha aperto recenti concerti canadesi, “Tell Me What’s Inside Of You” imparata, ha detto JW, ascoltando il “Live At The Checkerboard”. Peccato nell’ultima parte del concerto si sia disunito, mostrando la corda in passaggi chitarristici dimostrativi e al fine superflui.

Sono ancora i fratelli Moeller, con un secondo chitarrista, ad accompagnare Lazy Lester, ultraottuagenario, uno degli ultimi alfieri dello swamp blues. Nonostante qualche oscillazione della band nell’assecondare il buon Lester, lui se la cava ancora più che dignitosamente. Soffia nell’armonica e canta con voce quasi intatta alcuni classici del suo repertorio, “Blues Stop Knocking”, “My Home Is A Prison”, “Sugar Coated Love”, la “That’s Allright” di Jimmy Rogers. Poi imbracciata la chitarra si lancia anche in un paio di pezzi country tra cui “Blue Eyes Crying In The Rain” un po’ accelerata rispetto a quella celebre del suo coetaneo Willie Nelson, entrambi sono infatti classe 1933.il_blues_magazine_lazy-lester-lucerne-2016-photo-ph-pretet

E’ il momento di Bettye LaVette e la signora non delude, sempre caratterizzata da una teatralità che sfiora il parossismo. Puntuale il gruppo, come facile intuire, ma la differenza la fa la sua voce. E’ questa la forza che tiene insieme un repertorio eterogeneo, che non si focalizza solo sull’ultima, felice, fase della sua carriera, ma recupera ad esempio una ballata dalla grande carica drammaturgica, “Souvenirs”, dal suo album su Atlantic rimasto sugli scaffali per quasi trent’anni. Negli slow, costruiti come un crescendo di tensione, dà il meglio, “Bless Us All” è un altro esempio. Comincia però da “Unbelievable” (Bob Dylan), una tonante, arrabbiata “Joy” (Lucinda Williams), scherza sull’età, ma non si risparmia, “Sleep To Dream” (Fiona Apple). Magnifica davvero “Close As I’ll Get To Heaven” e sempre emozionante la chiusura, a cappella, con “I Do Not Want What I Have Not Got”.  Un piacere risentirla.il_blues_magazine_bettye-lavette-lucerne-2016-photo-ph-pretet

Un altro ritorno, gradito, quello di Carl Weathersby, in un quartetto con l’esperto Russell Jackson al basso, Ronald Moten alle tastiere  e Jeremiah Thomas alla batteria. Carl, trasferitosi dall’inizio dell’anno ad Austin, Texas, resta un chitarrista molto competente il cui stile si fonda su maestri come Albert King e Otis Rush. Lo si vede da come suona “Born Under A Bad Sign” o “Crosscut Saw”. Chiama a raggiungerlo sul palco John Primer e Steve Bell, per una “Screaming And Crying” condotta con reciproco divertimento e con l’uso della slida da parte di Weathersby. Però ogni tanto si divaga, cita Santana o gioca con la chitarra, suona altri classici (troppi?), come “How Blue Can You Get?” o “Reconsider Baby” con cognizione di causa, eppure ci resta la sensazione che uno come lui possa dare qualcosa in più.

La serata di sabato si apre con Bonita & Blue Shacks, gruppo tedesco dedito ad un jump blues vivace, con fiati spesso in primo piano. Bonita, una giovane di origine sudafricana, tiene la scena con esuberanza, lanciandosi in svariati pezzi del loro recente album insieme, quali “Turn The Lamps Down Low” o “Don’t Call Me Baby”. Ma dopo una mezzora divertente l’atmosfera si fa eccessivamente manierata, stante le capacità tecniche della band.

il_blues_magazine_otis-grand-photo-lucerne-2016-photo-ph-pretetSiamo in territorio affine con la big band di Otis Grand, il che fa sorgere qualche dubbio sulla scelta di programmarli uno di seguito all’altro. Grand ha messo insieme un gruppo esteso, una sezione fiati di ben quattro elementi, l’ottimo Bruce Katz alle tastiere (sessionman dal curriculum lunghissimo), Brian Templeton alla voce e il nostro Ray Scona alla chitarra ritmica. Ogni componente ha il suo momento, Grand su tutti, essendo il leader, dirige la band e chiama gli interventi, dimostrandosi sempre a suo agio nelle atmosfere anni Cinquanta / Sessanta, specie in un medley  omaggio a B.B. King con citazioni di “Sweet Little Angel / It’s My Own Fault / Sweet Sixteen”. Ray canta anche un brano, “Pretend”, un rock’n’roll swingante e divertente, che apriva “Blues ‘65” di Otis qualche anno fa. Valido il piano di Katz in un dinamico boogie. Templeton canta un paio di brani e suona anche l’armonica. Qualche parola infine sulla chitarra di Grand, rotonda e memore delle lezioni dei maestri, specie sulla costruzione delle dinamiche. Non male nell’insieme, ma l’effetto revue risulta a volte un limite e il suono non sempre risultava ben bilanciato.il_blues_magazine_bruce-katz-lucerne-2016-photo-ph-pretet

Tutt’altra musica quando sul palco tornano i fratelli Alvin, questa volta con tutta la band per il concerto, senza ombra di dubbio, più bello ed intenso di tutto il festival. Oltre a Phil, con una Martin a tracolla e la sua proverbiale voce, Dave e la sua Stratocaster e cappello di paglia, troviamo sul piccolo palco del Casino, oltre al già citato Miller più defilato, gli straordinari Brad Fordham al basso e Lisa Pankratz alla batteria, capaci di incantare il pubblico accorso all’esibizione. Questa volta il sound è quello che ci aspettavamo, forte, corposo, blues e roots e veramente tanto americano. I Blasters degnamente omaggiati (“Marie Marie”, “Border Radio”), tanto blues con “I Feel So Good” (Muddy Waters), “The World Is In A Bad Condition” (The Golden Gate Jubilee Quartet), “Hide And Seek” (Big Joe Turner), “Southern Flood Blues” e “Trucking Little Woman” (Big Bill Bronzy) e le perle, dal repertorio di Dave, “Johnny Ace Is Dead” e una toccante “What’s Up With Your Brother” che vede i due fratelli duellare scherzosamente. Chiusura con una fantastica “Turn On Your Lovelight” in una versione che sembra uscire dal famoso Live dei Grateful Dead, che ci accompagna alla fine di questa esibizione che resterà impressa nella memoria dei tanti presenti consacrando, se ce ne fosse bisogno, i due fratelli nell’olimpo delle star.

il_blues_magazine_bob-stroger-lucerne-2016-photo-ph-pretetPeccato la sala si sia quasi svuotata, perché il gruppo zydeco del giovane californiano, ma i suoi genitori sono della Louisiana, Andre Thierry. Talento precoce, ha formato la sua prima band appena adolescente, Thierry e i suoi coetanei Zydeco Magic, animano un concerto spumeggiante, per i pochi che sono rimasti a hanno ancora voglia di muovere qualche passo di danza. Da “Zydeco Run” a  “Tee Black”, Thierry canta bene e il suonatore di rubboard CJ Philips spesso doppia la sua voce. Abbiamo ancora modo di cogliere buona parte dell’ultimo set al Casineum, il Chicago blues classico di John Primer e soci, in una sala ancora piena di pubblico, prima di arrenderci alla stanchezza.

E’ tutto anche per il 2016, qualche picco ma non molte sorprese, il festival resta fedele a sé stesso e alla propria, ben meritata, reputazione. Ma forse proprio date le credenziali e i cartelloni che ha saputo allestire in questi anni, ci si potrebbe attendere in futuro qualche nome emergente o fuori dagli schemi, magari acustico, dimensione assente quest’anno.

Antonio Boschi e Matteo Bossi