marcel smith

Singing From My Soul

di Matteo Bossi

Molti anni fa, nel numero 51 della rivista Il Blues, sono apparse due recensioni. Una di un gruppo gospel di Sacramento, The W.D. Gospel Singers, la seconda di un gruppo di R&B della stessa città, The Soul Prophets, entrambe sulla piccola label Have Mercy, gestita dal promoter Big Mike Balma. Entrambi i dischi vedevano protagonista Marcel Smith, cantante di grande talento, che in tempi più recenti ha pubblicato due lavori a proprio nome su Little Village Foundation. L’ultimo, il valido “From My Soul”, è uscito lo scorso autunno. Quando gli mostriamo il vecchio numero, all’inizio della nostra viedochiamata, Smith sorride, “quelli sono i miei amici…in realtà ho persino ripreso due canzoni  da quel disco (dei Soul Prophets ndt) e le ho messe sul nuovo album! Sai Bobby Womack aveva sentito Nothing Left To Burn, ma mi ha detto che ci avrei dovuto mettere dei fiati. E così trent’anni dopo l’ho rifatta coi fiati”.

Hai cantato per tutta la vita.

Si, a undici anni cantavo nel coro della chiesa. Da bambino ascoltavo moltissima musica, molti canti, mi piaceva molto. Sono cresciuto in chiesa e perciò la prima canzone che ho cantato è stata probabilmente This Little Light Of Mine o Amen. Mi ricordo che andavo in cucina e tiravo fuori le pentole di mia nonna e ci battevo sopra come una batteria…invece di punirmi mia nonna mi diceva che mi ci voleva un tom tom. Mi incoraggiava sempre e mia mamma le diceva di non farlo! Sono stato molto fortunato ad avere avuto il supporto della mia famiglia e dei mie  mentori e ad aver conosciuto molti appartenenti alla cosiddetta “golde age of gospel”. Gente che ha visto grandi cantanti come Sam Cooke coi Soul Stirrers, Archie Brawnlee coi Blind Boys Of Mississippi, Clarence Fountain coi Blind Boys Of Alabama, Lou Rawls quando era con i  Pilgrim Travelers…e loro l’hanno trasmessa a me. Non mi piaceva tanto cantare nel coro, con così tante voci la tua finisce per perdersi, ma quando ho visto per la prima volta un quartetto gospel è stato del tutto differente. I cantanti arrivarono con vestiti scintillanti, chitarre, batteria…tre cantanti ad un microfono e il leader al centro. Ne rimasi completamente rapito. Quando all’età di sedici anni ho avuto l’occasione di unirmi ai W.D. Gospel Singers ho pensato “OK, ce l’ho fatta, sono in un quartetto gospel leggendario ora…” Da adolescente al liceo avevo un gruppo e cercavamo di imitare quei cantanti, facevamo doo-wop per strada. Era divertente. A Sacramento a fine anni Settanta, inizio Ottanta cercavamo di proseguire la tradizione dei gruppi vocali, ma non sapevo nulla di musica, armonia…cantare in un quartetto è  diverso, mi hanno dovuto insegnare tutto. Devi sapere quando cantare la parte di primo tenore, secondo tenore o baritono, devi sapere fare anche quello che chiamiamo il quinto o il sesto. Ho studiato tanti dei cantanti che sono usciti da questo tipo di formazione, come Wilson Pickett. Uno dei  miei mentori, Bennie McCain, cantava con Pickett a Detroit nei Violinaires o nei Pearly Gates. In effetti quando lo ascoltavo mi ricordava molto Wilson Pickett ma lui mi diceva, “no, è Wilson che canta come me!”.

W.D. Gospel Singers 1981 courtesy Marcel Smith

In seguito avete registrato per la Have Mercy.

Conoscere i fratelli Washington, Charles Ward (dei W.D. Gospel Singers ndt) è stato importante…se ne sono andati tutti e tocca a me portare avanti i loro insegnamenti. Il gruppo non aveva regsitato un vero e proprio album nonostante cantassero insieme da anni, perciò sono stato contento di aver fatto il disco per la Have Mercy. È arrivato prima l’album coi Soul Prophets, ma poi ho detto, “ragazzi preparatevi che appena torno da questo breve tour con loro, andremo in studio a registrare il nostro disco”. Avevano inciso solo un 45 giri nel 1967. Negli anni Sessanta erano parte di un gruppo chiamato Sacramento Spiritual Five e nei Settanta c’è stata una scissione tra i fratelli Washington e altri membri degli Spiritual Five, i primi se ne sono andati formando i W.D. insieme ai fratelli Dosty. Nel 1981 sono venuti nella mia chiesa ed era l’ultimo concerto del chitarrista che avevano. Io ero facevo parte di quella serata e mi hanno chiesto di lavorare con loro, c’erano cose che avrebbero potuto insegnarmi. Poi hanno scoperto che suonavo anche la chitarra e allora mi hanno detto che potevano senz’altro prendermi. È stato un bel matrimonio, durato in pratica fino al 2019. Magari faremo una reunion con i membri superstiti, molti purtroppo se ne sono andati tra il 2013 e il 2016. Compreso Anthony Brown, che suonava la batteria anche nei Soul Prophets, il 1 febbraio saranno dieci anni dalla sua scomparsa. Eravamo come fratelli, inseparabili. Ero sei mesi più vecchio di lui e ricordo che quando ho compiuto quarant’anni mi ha chiamato e mi ha detto, “buon compleanno vecchio”. “Guarda che hai solo sei mesi meno di me” gli ho detto. Ha suonato la batteria su un sacco di registrazioni. Dopo quel disco su Have Mercy abbiamo inciso altri due dischi che non hanno avuto impatto a livello nazionale ma erano buone cose. La prima era intitolata “Working The Road” e l’altro“My Everything”. In ogni disco c’era una voce guida diversa, sul primo era Willie Washington, sul secondo Charles Ward e su “My Everything” ero io. Un giorno mi piacerebbe pubblicare un “best of” dei tre CD. Avevamo un buon seguito perché suonavamo a parecchi festival. Quei tempi mi mancano, ma ora sono qui. E in fondo lavoro ancora con gli amici. Su questi miei dischi ci sono i Sons Of Soul Revivers, con i quali ci conosciamo da quarant’anni. Eravamo agli stessi programmi gospel. E Jim Pugh è un fan dei quartetti a sua volta.

Come hai imparato a suonare la chitarra? C’è stato qualche riferimento o mentore anche in questo caso?

In realtà è stata mia nonna ad insegnarmi a suonarla! Aveva uno strano modo di accordarla ma sapeva il fatto suo. Poi ho iniziato ad ascoltare gruppi come Mighty Clouds Of Joy o Howard Carroll dei Dixie Hummingbirds, lui era un grande chitarrista. C’era anche Jojo Wallace dei Sensation Nightingales, ma Carroll era talmente creativo e innovativo, davvero un chitarrista fenomenale. Arthur Crume è scomparso da poco e quando i Soul Stirrers sono venuti a Sacramento gli ho chiesto se poteva mostrarmi un paio di cose. E lo ha fatto. Sono cose che mi servono ancora oggi nelle cose che suono. Volevo sapere come suonare questa canzone che facevamo coi W.D., “Glory Bound Train”, perché non  la suonavo nel modo giusto. Ed ecco un musicista leggendario che si prende il tempo di far vedere ad un diciassettenne Marcel come muovere il mignolo per ottenere quel suono. Suono ancora una Ibanez hollow body, ne ho un’altra proprio qui, suono sempre la chitarra in giro per la casa. Per un ragazzo com’ero non era comune riuscire ad approcciare i Soul Stirrers, ma è stato Jessie Calloway dei Victory Five a presentarmi a loro. A Sacramento c’erano molte leggende del gospel all’epoca, magari non erano sotto contratto a livello nazionale ma erano bravi. Anche i Dosty Brothers erano ottimi chitarristi. Un altro chitarrista influente che ho incontrato è stato Cliff White, aveva suonato per i Mills Brothers e soprattutto per Sam Cooke. Ho avuto il piacere di andare a trovarlo a casa sua e mi ha mostrato alcune progressioni di accordi e alcune foto del periodo trascorso in tour con Sam. Quando non avevo parti soliste coi W.D. il mio ruolo era il tenore e la chitarra ritmica. Dovevo fare in modo di non suonare troppo ma di dare a loro il giusto supporto per potersi esprimere al meglio. A volte avevamo anche un bassista e un batterista andava bene, ma alcune volte ero solo io e i cantanti.

Negli anni Ottanta e Novanta cantavi sia gospel coi W.D. Gospel Singers, sia R&B coi Soul Prophets, hai mai avuto problemi per questo passare dalla musica sacra a quelle secolare?

Prima dei Soul Prophets avevo un gruppo, una college band, chiamata M3. Non suonavamo eni club, ma nei campus universitari. Ma poi coi SP ho cominciato a suonare nei night club la domenica sera…e ricevevo critiche dagli appassionati di gospel più integralisti. Alcuni membri dei W.D. hanno lasciato a causa di ciò, non volevano essere associati a questo. Ricordo che ci fu un meeting e chiesi agli altri componenti, Willie Washington, Charles Ward e il bassista Marcus Davis, “cosa volete fare?” E loro risposero, “siamo stati fortunati a lavorare con te in questi anni, Marcel, ci hai portati in giro per il paese con un disco. Resteremo con te”. E sono rimasti fino alla fine. Abbiamo ricostruito i W.D. attorno a loro, con alcuni nuovi membri, era un bel gruppo. L’ultimo album lo abbiamo fatto con questa formazione. Roy Tyler dei Gospel Hummingbirds, incidevano per la Blind Pig, mi ha dato un consiglio, mi ha detto, “Marcel, non puoi preoccuparti di quel che dirà la gente”. Poi alla fine c’erano anche questioni economiche, nessuno di noi viveva nella stessa città e dunque dovevamo trovare ingaggi nei festival e in alcune chiese tra uno e l’altro.

The Soul Prophets 1988 courtesy Marcel Smith

Il gospel è comunque sempre presente nella tua musica.

Sì. Se sono in tour e incontro qualche altro musicista, anche di recente sulla Rhythm and Blues Cruise, con Sugaray Rayford, Dylan Triplett, Mr Sipp ci siamo messi a cantare gospel nel backstage. Sugaray ha organizzato un paio di show gospel. Non lo abbiamo mai abbandonato il gospel, non l’ho mai dimenticato. Il mio modo di cantare viene da lì. Le radici ci sono sempre. Jessie Calloway mi ha detto, “segui la tua strada, continua ad essere fedele a te stesso”. E con l’approvazione dei più anziani l’ho fatto. Mi ricordo l’ultima volta che ho cantato con Charles Ward, era già su una sedia a rotelle, ma ho cominciato a cantare un brano che avevamo inciso insieme e si è tirato su fino al microfono, appoggiandosi a me ed ha iniziato a cantare e la sua voce è uscita fuori forte e chiara, ha tenuto le note giuste. Poi è tornato a sedersi e un paio di settimane dopo è mancato. Ho sempre voluto fare di più attraverso la musica, in modo da riportare l’attenzione su pionieri locali che sono rimasti poco noti. Ci sono alcune registrazioni, video…molti mi hanno detto che dovrei farne qualcosa, ma non ho le risorse per farlo.

 I due dischi che hai realizzato con la Little Village rappresentano un nuovo capitolo.

Roy Tyler e Rick Estrin sono la ragione del mio incontro con Jim Pugh. Rick Estrin è un amico, un fratello maggiore, ci conosciamo da quarant’anni. Abbiamo deciso che il primo album sarebbe stato la transizione, comprendendo canzoni con un messaggio e le mie radici gospel. Abbiamo fatto “What A Friend We Have In Jesus”, che è la canzone preferita di Kid (Andersen ndt). Poi ho suggerito una canzone come “He Ain’t Heavy, He’s My Brother”, dedicata al mio amico batterista, che era scomparso e la canzone preferita di mia madre, “Harry Hippie”. Mi diceva, “mi piace la tua versione, è migliore di quella di Bobby Womack”. “Scherzi?” le dicevo, “sei  mia mamma non vale”. E c’era Willie Walker ospite in quel disco. In questo nuovo lavoro siamo andati in direzione soul/blues. Mi è piaciuto il modo in cui è venuto fuori il disco e abbiamo avuto il mio amico Johnny Rawls. Ci siamo conosciuti nel 2010 ad una reunion dei Soul Prophets. Big Mike Balma aveva organizzato il concerto e venne parecchia gente perché non suonavamo insieme da anni. C’erano anche Johnny Rawls e Otis Clay. Si sono incontrati a quel concerto e qualche anno dopo hanno inciso un album insieme, “Soul Brothers”. Rawls aprì il concerto, poi i Soul Prophets e infine Otis Clay in chiusura. Una bella serata. Johnny ed io abbiamo parlato di nuovo sette o otto anni fa in occasione di un suo concerto a San Jose. Quando stavo incidendo il disco gli ho detto, “dato che tu e Otis avete inciso Turn Back The Hands Of Time vorrei farne un duetto con sul mio disco”. E così abbiamo fatto; Kid lo arrangiato in modo più accattivante. Poi abbiamo cantato “There Goes My Used  To Be”, un brano che è stato inciso da O.V.Wright e anche da Wee Willie Walker. Kid ha detto, “perché non la facciamo a tempo molto lento?” “Ok, mi piace” ho detto io. Poi ci sono le canzoni originali che ho scritto io, “If You Miss Me”, “I’m Coming Home To You” e “What Can We Do”. Jim (Pugh) ha scritto “To Be True” per un disco di Robert Cray (This Time ndt) e gli ho detto, “ci sento qualcosa di diverso, lascia che ci metta un’altra parte vocale, raddoppiandola” e lui mi ha sorpreso quando ci ha messo gli archi. Quando Kid mi ha mandato via mail la versione finita con questo suono pieno, ho pensato, “wow, mi piace davvero”. Kid è un grande produttore. “Drunk” la volevo inserire perché è un pezzo di Jimmy Liggins che i miei nonni ascoltavano spesso, avevano il 78 giri su Specialty. Ci abbiamo messo un groove funky. Non puoi sbagliare avendo Jim Pugh, D’Mar e Kid. Per  “My Heart Told A Lie” la mia ragazza mi detto “perché non chiedi a Lisa (la moglie di Andersen ndt) di cantarla, le darebbe una prospettiva femminile”. E ha fatto un grande lavoro sul pezzo.

Hai anche cantato un brano di Little Richard.

Si, “Freedom Blues”. Non avevo inciso nulla di suo in precedenza e inoltre era mancato da poco, quando stavamo registrando. Così ci siamo detti, andiamo avanti, facciamolo. Certo abbiamo dovuto cambiare la tonalità, non posso cantarla come lui, non è il mio stile, ci ho messo un po’ di soul. Ho anche cambiato un verso, quando lui canta, “I done my duty in rock’n’roll…”, beh io non ho mai fatto rock’n’roll, perciò canto “I done my duty from my soul”…e da lì abbiamo pensato di chiamare il disco così, “From My Soul”. Non c’è mai stato un intoppo durante le registrazioni, è filato tutto bene dall’inizio alla fine.

Come bonus c’è una versione dal vivo, densa di emozioni, di “How Can You Mend A Broken Heart”, pochi giorni dopo la morte di tua madre.

È stata incisa ad un Greaseland Party, fu molto dura cantarla. Non riesco ad ascoltarla, mi riporta a quel momento. Mi manca mia madre, so che avrebbe adorato questo disco, lo avrebbe fatto ascoltare a tutti i vicini. Eravamo nel 2021, il party era domenica e mia madre se ne è andata giovedì. Perdere lei nel settembre di quell’anno e mio padre nello stesso mese di due anni prima è stato un duro colpo. Poco dopo, un sabato incontrai Willie Walker a San Jose, lui era con Anthony Paule. Stavamo bevendo qualcosa e lui mi disse, “Marcel, devi solo reagire, i miei genitori mi mancano ancora oggi e se ne sono andati da molto. Stasera il modo di farlo è salire sul palco e cantare una canzone per tuo padre e per me”. Ogni tanto Willie mi chiamava per sapere come stavo. Ma due mesi dopo anche Willie è morto. E così ho pensato, “dove sta andando il mio mondo?”. Uno dei miei fratelli più giovani è scomparso nel dicembre dello scorso anno. Perciò se posso dire una cosa tramite questo disco è “sii la migliore versione di te stesso che puoi, fin tanto che non danneggi nessuno vai avanti e fallo”.

Marcel Smith

Sentivi la responsabilità di onorare tutte queste persone care scomparse.

Quando abbiamo iniziato le registrazioni tutto questo era appena successo oppure ci eravamo ancora in mezzo. Ogni volta che andavo ad una session c’era una perdita. E la musica mi fa stare meglio, quando sono pieno di problemi, solo il cantare gospel o soul mi porta in un altro spazio mentale. Ho attinto dal dolore, dalla sofferenza, ma anche dall’amore che ho per queste persone. Le sentivo lì presenti, mio padre, i W.D., mia madre, specialmente quando sbagliavo qualche passaggio. Mi ha motivato a continuare. Dopo la morte di mia madre ci sono state volte in cui ho pensato, “Ma voglio ancora fare tutto questo?” E mi sembrava di sentirla che mi diceva, “non puoi fermarti ora!”. So che è con me. Ho una sua foto qui di fronte e una di mio padre dall’altro lato della stanza. Mi tengono d’occhio. L’unica volta che ho ascoltato “How Can You Mend A Broken Heart” in macchina avevo le lacrime agli occhi. Spero che arrivi a qualcuno, come cantante spero di avere un impatto su chi ascolta.

 Hai tenuto concerti con i Greaseland Allstars, hai in mente di andare in tour dopo questo disco?

Se ne è parlato, l’album sta andando bene per me. Lo abbiamo pubblicato ufficialmente durante la Blues Cruise, eravamo a Mazatlan. Domani suonerò a Santar Rosa e a Tacoma in aprile. Poi a giugno dovrei fare qualcosa con Johnny Rawls. Vedremo, mi piacerebbe portarlo in giro e in Europa. Molti dei miei compagni di etichetta lo hanno fatto, Alabama Mike, Tia Carroll…sarebbe divertente, penso di esprimermi al meglio dal vivo, di fronte al pubblico.

 Come è cambiata la scena musicale a Sacramento negli anni?

C’era il Sacramento Blues Festival per anni, organizzato dalla Sacramento Blues Society e Phil Givant. Dopo Mike Balma ha cominciato a mettere insieme il Sacramento Heritage Festival, che è durato per quasi vent’anni. Molti artisti dell’etichetta Have Mercy ci suonavano, anche se non è durata a lungo. Oggi rispetto agli anni Ottanta ci sono comunque dei musicisti di talento a livello locale, ma non come allora, quando in club come il Sam’s Hof Brau potevi andare a sentire Johnny Heartsman, Arbess Williams…C’è un posto che ha chiuso di recente, il JB’s Lounge, ho suonato lì con una band locale, Bob Jones & The Chosen Few. Ho anche aperto un concerto per il mio buon amico James Hunter. Ci sono molti giovani e bravi cantanti, ne ho conosciuti alcuni e cerco di incoraggiarli e dare loro consigli.

Marcel Smith

La Little Village è una etichetta diversa da altre.

Oggi puoi fare a meno di avere una etichetta, ma sono stato molto fortunato a finire con Little Village, supportano i musicisti al 100% e amo far arte di questa famiglia. Inoltre, ogni volta che vedo una classifica c’è qualche disco di un artista Little Village. E Greaseland è uno splendido studio, succede sempre qualcosa, Kid ha molta passione per quello che fa. Penso che il mondo della musica si sia evoluto molto, ma più cambia più certe cose rimangono uguali. Il mio obiettivo come artista è stabilire una connessione col pubblico. Voglio che vivano un’esperienza. La gente viene ai concerti per questo, non è karaoke, è tutt’altra cosa. Voglio essere sicuro di avere questo momento di condivisione. E alcune delle migliori performance dal vivo che ho sentito sono accadute quando un artista porta la sua canzone in un’altra direzione. Alcuni nel corso della mia carriera mi hanno detto, “dobbiamo suonare questo pezzo come sul disco”. E io dicevo, “nooo!”. Vedi, tutti conoscono il Live At The Harlem Square Club di Sam Cooke e lui li canta “Bring It On Home To Me, fa quasi il predicatore per qualche minuto e poi conduce il brano altrove…parlo di qualcosa del genere. Vuoi avere quel tipo di fervore ma non puoi farlo se ti limiti a suonarla come sul disco. Per questo si chiama soul! In studio non potrei cantare un brano di nove minuti, ma live sei nel momento, non segui uno spartito. A volte mi è successo e quando gli altri musicisti mi chiedevano “e ora cosa facciamo?” “Torniamo all’inizio” dicevo. Con i W.D. avevamo questo scherzo ricorrente “se ci perdiamo ad un certo punto, troviamoci all’inizio!”. Ho incontrato tante persone speciali lungo il percorso e talvolta nella musica suoni con persone mai viste eppure tutto funziona, si incastra.

 Si crea una connessione immediata.

Si esatto, come con Sugaray Rayford, ci siamo divertiti talmente che non volevamo più smettere. E ti dirò, sto ancora imparando. Anche con quest’album ho imparato qualcosa su me stesso, come uomo e come artista. Ho capito che è importante tramandare alla generazione successiva, come ha fatto quella precedente con me, perché io mi appoggio su di loro. Con Sugaray abbiamo parlato di questo, di Kingfish, Dylan Triplett, DK Harrell…tutti questi ragazzi. Una volta eravamo noi. Penso che avrei potuto farli prima i dischi, ma poi alla fine le cose accadono al momento giusto. Qualcuno sulla Blues Cruise mi ha detto, “so che hai pubblicato dei dischi ma non ti vediamo da tanto, siamo contenti che tu sia qui”. Vuol dir tanto. Malgrado gli alti e bassi e i periodi di scoraggiamento in cui ho quasi smesso. Eppure, la sola cosa che mi faceva stare bene era la musica. È di grande gratificazione pensare che posso scrivere una canzone, cantarla e dieci mesi dopo è su un disco e fa pensare qualcuno.


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