NARCAO BLUES FESTIVAL

Premessa

Sulcis terra aspra, terra di minatori e naviganti. È difficile stabilire il confine tra cielo e mare, ugualmente difficile è capire una terra tanto contraddittoria. Se la natura nel corso di millenni ha creato qualcosa di superbo, l’uomo nel corso di pochi secoli ha minato tali bellezze tentando di imporre un’economia fatta di fabbriche, miniere e altiforni, uno scempio, un errore che oggi fa pagare alla gente del Sulcis un prezzo altissimo. Ora che le fabbriche hanno chiuso, le ciminiere sono state abbandonate a loro stesse, chiaro segno di un destino già deciso. “Adesso”, mi racconta un ragazzo appena assunto al Lu hotel di Carbonia, “si ricomincia, là dove da sempre i politici avrebbero dovuto investire turismo e cultura.” In un momento storico così difficile, ora più che mai, le istituzioni devono avere il coraggio di investire su manifestazioni che portino un turismo responsabile, internazionale, in grado di dare nuovo slancio a un’economia agonizzante e che sia fonte di forte aggregazione sociale.

Il festival

“Siamo vivi”, si potrebbe cominciare così. Nonostante le non poche difficoltà, i ragazzi di Narcao (Ass culturale Progetto Evoluzione) guidati dal loro Direttore Artistico, Gianni Melis, ce l’hanno fatta ad allestire la 23° edizione di uno dei festival più longevi del panorama blues italiano. Io sono alla quarta partecipazione, e come ho sempre scritto e detto, a Narcao mi sento a casa.

Mercoledì 21

Si comincia con una serata tutta alternativa, che potremmo chiamare “dalle origini al futuro”. Per primo sale infatti sul palco il musicista africano Baba Sissoko. I ritmi sincopati figli della musica tradizionale del Mali (Amadran) si confondono con sonorità blues. La band si compone di sei musicisti talentuosi provenienti dalla Costa D’avorio, dal Senegal e dal Mali che, con il loro sound ipnotico, ci accompagnano in un viaggio che dal centro Africa arriva alle coste della Carolina del Sud e ai campi di cotone della Louisiana. Accanto a strumenti tradizionali, quali il tamani, le congas, lo djambe, troviamo strumenti classici: chitarra elettrica, basso e batteria. Il simpaticissimo Baba chiama la sua musica Afroblues. Il concerto è divertente. Unico difetto, qualche parola di troppo. A me piacciono set tirati, quasi mixati, ma il pubblico di Narcao gradisce tantissimo e a gran voce chiede un bis. Dopo le origini, la serata prosegue facendo un balzo di oltre cent’anni, dall’Africa a Tolosa, dall’Afroblues all’Hip Hop Blues proposto dagli Scarecrow, la cui formazione è così composta: Slim Paul, voce  e chitarra elettrica; Le Papa’s, percussioni e batteria; Jamo, basso; Antribiotick, draw scratching e voce hip hop. Una miscela esplosiva coinvolge il pubblico più giovane che accorre sotto il palco, tracce di Elmore James e Muddy Waters vengono mixate con note della chitarra slide di Slim Paul. “L’altro pubblico” quello un po’ attempato, dopo un breve disorientamento, incomincia a battere le mani. Sono bravi i ragazzi di Tolosa, un’ora davvero intensa di Blues e Hip Hop, una strana amalgama musicale. Difficile ipotizzare che possa funzionare e invece, se suonato bene, produce un’atmosfera davvero tesa ed emozionante. Davvero bravi questi francesini. A chiudere la serata pensa il Linda Sutti Trio che, al dopo festival, propone un melange musicale di grande effetto, tra classici della musica cantautorale americana e pezzi scritti dalla songwriter piacentina. Una voce calda, piacevole, molto intonata e musicale.

Giovedì 22

Seconda serata all’insegna del rock/blues bianco. Apertura di Ian Siegal, inglese di nascita ma tanto americano sia nell’aspetto (look texano da guitar hero) che nelle sonorità (voce rauca, molto roots). Dalla sua Stratocaster (veramente a pezzi) esce musica polverosa, ruvida, a volte non perfettamente intonata ma sempre espressiva. Molto intenso il suo set: si spazia dai Rolling Stones a R.L. Burside, a Chuck Berry. Jan Siegal, un animale da palco, ne è il mattatore assoluto. Sembra uscito da una bettola sperduta negli altopiani desertici del Texas. Ottimo l’accompagnamento della rodata band di Mike Sponza e graditissimo ospite Jimmy Carpenter al sax. Headliner della serata è un chitarrista tedesco, Henrik Freischlader, (davvero difficile da pronunciare), una novità assoluta per l’ Italia. La band si presenta in quartetto classico: chitarra elettrica, basso, batteria e hammond. Rispetto al concerto di Siegal, le sonorità cambiano, la chitarra è più cattiva, quasi hendrixiana, i ritmi sono davvero vorticosi, a tratti eccessivi, ma la tecnica, signori, la tecnica è impressionante. L’opposto di Jan Siegal: look pulito, fisic du role e una band che sembra un orologio di precisione, perfetta in tutto. Forse troppo? Il giudizio, come sempre vado dicendo, è un fatto personale. Dopo tantissimi successi ottenuti nel nord Europa e una nomination ai British Blues Hawards,la Henrik FreischladerBand  risulta essere una bella scoperta e ottiene consensi anche a Narcao. Chiudono la seconda serata al dopo festival due “vecchie” conoscenze, Gnola e Jimmy Ragazzon (rispettivamente leader della Gnola blues band e dei Mandolin Brothers). In duo hanno anche inciso un bel disco: “Blues ballads and songs”. Proprio dal progetto discografico hanno tratto spunto e proposto al folto pubblico un concerto composto da grandi classici della musica cantautorale americana, arrangiati in chiave folk/ blues.

Venerdì 23

Una serata assolutamente nera. Apre la splendida vocalist Lakeetra Knowles, accompagnata dai Chemako, band pavese capitanata dal chitarrista Franco Scala. Il set fatica a prendere i giusti ritmi. Forse, le cover scelte dall’affascinante Lakeetra mal si sposano col sound proposto dalla band. Molto meglio, infatti, quando cominciano a suonare i pezzi tratti dall’album  che porta il loro nome, “Chemako”. Il sound si fa più intenso e la slide di Franco Scala sale in cattedra. Anche la band sembra più decisa nell’accompagnare gli assoli di Scala e della Knowles. Un progetto comunque molto interessante, a cui forse fa ancora difetto un po’ di affiatamento. Ma, si sa, per quello ci vuole tempo. Di notevole impatto la jam in chiusura di concerto con Jimmy Ragazzon e Gnola, un “Rollin and Tumblin” da brividi. Ed eccolo salire sul palco  Walter Wolfman Washington, che da oltre quaranta anni suona funky blues e soul e sembra appena uscito dalla casa discografica Stax, in McLemore Ave a Menphis. Il suo è un sound davvero affascinante: provate a mettere in un mixer Otis Redding e James Brown e vedete cosa ne esce. Ottima la band, i Roadmasters, che accompagna Washington senza sbavature, con una sezione ritmica composta da Jack Cruz, al basso, e Wayne Maureau, alla batteria, oltre alla sezione fiati composta da Jimmy Carpenter, al sax, e Antonio Gambrell, alla tromba. Due ore di concerto esaltano il pubblico, che chiede a gran voce tre bis.

Sabato 24

Siamo alla serata conclusiva. Un emozionato Gianni Melis ringrazia il suo pubblico. “Se il festival va avanti è per voi, è solo merito vostro”. Ancor più emozionante è il ricordo che dedica a Franco, un ragazzo del gruppo che purtroppo non è più tra noi. Lo spettacolo ha inizio con i Mandolin Brothers: Jimmy Ragazzon, voce, armonica e chitarra acustica; Paolino Canevari, chitarra slide; Joe Barreca, basso – il nucleo storico della band che da 34 anni suona folk, country, rock&roll e blues – e poi gli innesti di Daniele Negro, alla batteria; e Riccardo Maccabruni, fisarmonica e piano, e Marco Rovino, chitarre e mandolino. La presenza del “Macca e di “Rovo”, due membri dei Folk’s Wagon, ha dato ai Mandolin Brothers un sound più fresco, più folk, più vivace, creando alternative sonore davvero accattivanti. Di grande impatto “Almost Cut My Air” (di David Crosby), quindici minuti al cardiopalma. Malgrado siano insieme da 34 anni, i Mandolin Brothers si divertono ancora e sono meritatissimi gli applausi che il pubblico di Narcao dedica loro. Siamo arrivati al concerto conclusivo del festival, James Hunter ed il suo sestetto, che si sistemano sul palco. Il look è fine anni 50: completo giacca e pantaloni, capelli tiratissimi e camicia rigorosamente bianca. Anche la line-up non dà adito a incertezze sul genere musicale proposto: A. Kingslow, organo hammond; J. Wilson, contrabbasso acustico; J. Lee, batteria; D. Hand, sax tenore; J Knight, sax baritono. In piazza Europa si suona rock’n’roll, quello primitivo, degli anni 50, con venature soul. La voce di Hunter è molto particolare, spesso in falsetto, un timbro che ricorda quello di Sam Cook. Il cantato è molto musicale e ritmico, quasi fosse la voce  a dettare i tempi della band e non il basso e la. Il concerto prosegue senza sbavature, ma anche senza quei cambi di ritmo che ti aspetteresti da una band così affiatata e brava. La serata si chiude con il pubblico che balla e anche Hunter viene sommerso da grandi applausi e richieste di bis. Mi piace sottolineare anche l’interessante momento culturale che il festival ha proposto nelle serate di venerdì e sabato. Mauro Zambellini (del Buscadero) ha presentato il suo ultimo libro, dedicato a Willy De Ville e intitolato “Love And Emotion”, un racconto davvero accorato ed emozionante sulla vita e sui rapporti personali tra l’autore e l’enigmatico, istrionico ma grandissimo musicista).

 Conclusioni:

Posso senz’altro affermare che la 23° edizione del Narcao Blues festival è stata un successo. Il pubblico e i critici presenti hanno apprezzato lo sforzo del direttore artistico Gianni Melis che, in un momento così difficile, è riuscito nell’intento di proporre serate musicali variegate, con alcune anteprime nazionali degne di nota. Mi scuso con chi si aspettava recensioni più “tecniche”, ma ho preferito cercare di trasmettere un po’ delle emozioni che ho vissuto al festival. Narcao Blues deve continuare perché rappresenta una piccola ma illuminata speranza per tutto il Sulcis. Considerati la tenacia e il cuore mostrati dai ragazzi di “Progetto Evoluzione”, sono certo che sapranno superare tutte le difficoltà e che andranno avanti, perché il Narcao Blues è un festival che ha un grande anima.

Davide Rossi