Secondo disco per il giovane Nic Clark, ventisettenne residente in Colorado e con ascendenze messicane, appassionatosi da giovanissimo al blues e all’armonica in particolare.  Ha già accumulato diverse esperienze suonando sin da ragazzo con molti musicisti più esperti e poi, per un periodo, ha finito per lavorare  come assistente accanto a Kid Andersen nei suoi studi Greaseland in California. Per questo “Everybody’s Buddy”(Little Village Foundation) invece ha collaborato con Charlie Hunter, chitarrista e produttore molto attivo in vari ambiti, soprattutto jazz ma non solo, pensiamo al recente e molto apprezzato album di Candice Ivory, a sua volta edito dalla fondazione creata da Jim Pugh.

A Clark, che suona la chitarra oltre all’armonica, e Hunter, si è aggiunto George Sluppick, valido batterista/percussionista dal lungo curriculum, (JJ Grey & Mofro, Chris Robinson Brotherood, The City Champs…). I tre danno vita ad un suono in cui blues, folk e cantautorato si intrecciano con sensibilità per raccontare storie molto personali, undici brani su dodici portano infatti la firma di Clark. Il suo approccio alla scrittura è diretto e sincero, racconta i problemi della quotidianità di un ventenne americano, storie che riguardano la sua famiglia e gli amici. Figure la cui importanza è celebrata nella canzone titolo, una canzone che può ricordare per calore, (“when I’m with my friends it feels like everything is in its place”, canta), andamento e certi arpeggi di chitarra, alcune cose di Eric Bibb. Accostamento che potremmo stabilire senza forzature anche per “Try To Understand”, scritta dopo essere rimasto coinvolto in un incidente d’auto.

Molto ben costruita, con un gran lavoro alle percussioni di Sluppick, “Anxiety Blues” trasmette tutta l’inquietudine di Clark, acuita da troppi caffè, durante il periodo pandemico. Ma il centro emotivo dell’album è senz’altro “How I Met The Blues”, un blues lento e intenso, guidato dall’armonica, Nic Clark vi racconta la scomparsa del cugino un’estate, all’età di tredici anni, un trauma che ha segnato la sua adolescenza “a death in the family is how I met the blues…”. E proprio attraverso la musica, ascoltata e suonata in prima persona,  ha trovato conforto, una ragione di vita e una motivazione per affrontare le proprie idiosincrasie e i propri problemi.

Anche la sola cover del lotto, “Good Advice” di JB Lenoir, assume una connotazione personale, visto che i buoni consigli del testo sono quelli della nonna e anche Clark era molto legato alla sua. Di questo brano ricordavamo anche una versione del compianto Sean Costello in un suo disco di oltre vent’anni fa.

Lo sguardo verso i suoi cari è empatico, pieno di partecipazione per gli stati d’animo altrui, siano gli attacchi di panico alla guida, soggetto della conclusiva “Breath Slow” o le difficoltà scolastiche di sua nipote che rispecchiano le sue in “Flying Blind”, quest’ultima sostenuta da un bel fingerpicking alla chitarra e dalle sottolineature incisive di DeShawn Hickman alla steel guitar.

Un bel disco e un altro musicista nemmeno trentenne che, come del resto altri colleghi della medesima generazione, testimonia la vitalità di questa musica quando suonata con passione e rispetto. Clark si distingue per un originale approccio elettroacustico,  una scrittura evocativa, umanista e per una espressività strumentale mai dimostrativa, bensì caratterizzata da una sorprendente maturità.

Matteo Bossi

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