Quintus McCormick 1957-2019

Dopo l’improvvisa e dolorosa scomparsa di Mike Ledbetter, è giunta notizia di un altro decesso, quello del cantante e chitarrista Quintus McCormick, titolare di tre Cd per Delmark e visto qualche volta anche in Europa. Lo ricordiamo  attraverso le sue parole, riproponendovi cioè l’intervista apparsa sul n. 120 de Il Blues e realizzata nel 2011, quando era in cartellone al festival di Lucerna.

In cerca di blues, soul e buone storie da raccontare  di Marino Grandi

Foto Philippe Prétet

Sono nato nel 1957, mia madre mi ha dato il nome di Quintus Darrel McCormick, sono cresciuto a Detroit, Michigan. Mi sono trasferito a Chicago quando avevo diciannove o vent’anni, avevamo dei parenti a Chicago e a Gary, studiavo e poi ho lavorato per un certo periodo alla Sears Tower. Un giorno mi attraversò un pensiero, di come avrei voluto che fosse la mia vita, sarei stato contento di fare quel lavoro per vent’anni, avere una moglie, bambini, una casa, una  macchina nuova ogni tanto, senza però aver provato a fare ciò in cui riuscivo meglio e cioè la musica? In quel momento seppi che non mi sarebbe bastato e così poco dopo decisi di lasciare quel lavoro e tornai a studiare musica e cominciai a suonare blues regolarmente per guadagnare qualcosa. Poco prima di diplomarmi James Cotton mi offrì un lavoro, era un ingaggio per alcuni concerti, un week end a New York e poi altri concerti per un tour in Belgio di circa dodici giorni. Chiamai mia madre, non sapevo cosa fare, da non molto avevo un lavoro all’Hilton e non era poi così male; lei mi disse: “sei matto? Non pensi che troverai comunque un lavoro una volta diplomato? Devi finire il semestre e andare con Cotton”. Così richiamai Cotton e accettai l’offerta. Ricordo che facemmo delle prove a luglio e ad agosto partimmo per i concerti; James mi ha insegnato moltissimo, veniva nella mia stanza e mi raccontava un sacco di episodi del passato, di quando suonava con Muddy o a volte mi mostrava come suonare l’armonica, è stato  importante perché grazie a lui ho compreso meglio cosa fosse il blues. Quando morì mio nonno, per il funerale ricordo guidai fino a  Jackson, Mississippi con mio padre e mia madre, le cose che vidi e imparai in quel viaggio mi hanno cambiato. Quando tornai a casa, in quel periodo avevo messo insieme una mia band quando non ero in giro con Cotton,  stavo lavorando su una versione di “Breakin’Up Somebody’s Home” di Albert King, in ogni modo ad un certo punto mi colpirono le parole di un’altra sua canzone sullo stesso disco, che dice “Take it on, little brother, take it further and make a way”; mi dissi questo è il messaggio importante, è questo il blues, quello che voglio suonare per il resto della mia vita. Ed è quello che cerco di fare da allora. Ho sempre composto canzoni, ma c’è una grande  differenza tra scrivere un pezzo con molti cambiamenti di accordi piuttosto che dei cambiamenti che si adattino alla melodia della canzone, devo fare un passo indietro perché nel blues occorre lavorare con pochi accordi e restare dentro una struttura.

Foto di Marino Grandi

All’inizio cercavo di utilizzare elementi che si combinassero con la melodia e credo di essermi migliorato progressivamente. Ho inciso due dischi per la Delmark e poco prima di venire qui, neanche dieci giorni fa, abbiamo iniziato le registrazioni del terzo album. Abbiamo registrato le parti ritmiche, ma resta ancora del lavoro da fare, quando torneremo a Chicago, coinvolgerò maggiormente i ragazzi che suonano con me, credo sia doveroso che le persone che lavorano con me non restino solo dei nomi su un CD, anche perché non vado sul palco o in studio da solo. So suonare diversi strumenti, mi sono diplomato alla Columbia a Chicago e prima ho frequentato la Harold Washington e alla Roosevelt; questo mi ha consentito di capire la musica, la teoria e di essere in grado di insegnarla. Suono la chitarra e il piano anche se sono strumenti molto diversi, richiedono un approccio e una tecnica differente.

Hai una tua band?

Ho la mia band più o meno fissa, il bassista del primo CD suona di nuovo nel terzo, il batterista dei primi due album invece questa volta non c’è. Il modo per tenere insieme una band è lavorare costantemente, avere ingaggi non solo a livello locale, è questo che cerco di fare. Inoltre una lezione che ho imparato molto tempo fa  è non guadagnare più del doppio dei propri musicisti. A Chicago suono in posti come  il B.L.U.E.S,  Legends, Kingston Mines, Blue Chicago…almeno una volta al mese in questo modo posso avere una entrata regolare. La maggior parte dei club sono a downtown o nel north side, qualcuno è in periferia come l’Harlem Avenue Lounge a Berwyn, verso ovest. Ma gli altri sono tutti più o meno nella stessa zona, non troppo distanti gli uni dagli altri. Ci sono altri posti in Indiana, dei casino negli hotel in cui suono a volte.

Ci sono differenze nel pubblico?

Beh nel north side è in grande maggioranza bianco, nel south side ci sono più neri, però in ogni caso bisogna suonare bene altrimenti c’è sempre qualcuno che non è soddisfatto e viene a dirti che non avevi abbastanza intensità o qualche altra cosa del genere.

Ci sembra che lavori parecchio sulle parole delle tue canzoni, cosa le ispira?

I sogni, mentre cammino per strada, parlando con qualcuno…moltissime cose diverse. “Hey Jodie” mi è venuta in mente quando ero in carcere, anni fa,  ricevetti una lettera e un tipo mi disse che la mia ragazza se la stava di certo spassando con Jodie che era molto più “dotato” di me e non sarebbe di certo stata lì ad aspettarmi quando sarei uscito. (Il riferimento è alla canzone di Johnny Taylor “Jody’s Got Your Girl And Gone”ndt ). Appena disse “Hey Jodie” cominciai a scrivere dei versi, “Hey Jodie, takin’ my place, since you’ll never leave my woman alone…”. Poi mi è venuto in mente il resto: “take good care of my baby while I’m gone”. La canzone è scritta dalla prospettiva di un tale che ha avuto molti problemi, non vuole finire nei guai ancora una volta, magari proprio a causa di Jodie, a prescindere da quello che deciderà di fare la sua donna, anche se ovviamente non vorrebbe che lei se ne andasse. Perciò decide di essere un gentiluomo e scherzando si dice che è meglio che qualcuno si prenda cura di lei mentre lui non c’è. Ogni canzone ha parte di ispirazione dalla realtà, come nel caso di “Fifty / Fifty” che parla di come funzionano le relazioni serie, basate sulla condivisione totale e l’equilibrio, il rispetto reciproco. Poco fa parlavo con qualcuno dei musicisti di Joe Louis Walker e stavo dicendo a uno di loro che se qualcuno si mette in mezzo tra me e i miei progetti, beh si deve fare da parte; lui mi ha detto che era un buon titolo per una canzone. Ci ho pensato e allora mi sono scritto la frase su un pezzo di carta, l’ho messo nel mio portafoglio, eccola qui! Ho già qualche idea su come usarla, prima o poi diventerà una canzone. C’è poi un pezzo che ho dedicato a mia madre “There Ain’t No Right Way To Do Wrong”, nata da una conversazione con Joanna Connor, quattro o cinque anni prima di registrarla, però non avevo mai dimenticato quelle parole ed un giorno stavo parlando con un mio amico la cui madre era morta da poco e così ne è uscita la canzone: “ you gave me life and you thaught me how to tie my shoes…” Ogni canzone ha una storia a sé, a volte penso che per quanto siano buone le mie canzoni, devo qualcosa a molti altri e scriverle è un modo per restituire quel qualcosa.

La tua musica contiene elementi blues e soul.

Sì e per il prossimo album voglio seguire ancora di più questa strada; ho cercato di scrivere alcuni pezzi soul. L’altro giorno prima di partire ne ho parlato anche col general manager della Delmark, non ancora col “grande vecchio” (Koester ndt); è sempre davvero gentile, mentre prendevo dei CD da portare qui, mi ha detto che si era sbagliato sul mio conto e che aveva capito che avevo ragione io sulla validità del mio approccio alla musica. Questo vuol dire molto per me, detto da lui, io non sono nessuno ma lui ha fondato la Delmark che è sul mercato da oltre 55 anni e il Jazz Record Mart, è una figura di riferimento. Mi piace il soul e metto il cuore in ognuna delle mie canzoni, qualcuna viene fuori con una forma più blues altre sono più complesse a seconda di ciò che serve per renderle reali. Lavoro da solo quando compongo e il mio criterio è che una canzone deve essere completa, anche se richiede qualche accordo in più dei canonici tre, l’importante è che racconti una buona storia ed abbia una struttura musicale che si sposi bene con essa. Su questo sono molto critico con me stesso perchè quando ascolto autori diversi come Stevie Wonder, Burt Bucharach, Paul McCartney…ciò che accomuna gente che ha avuto una carriera così lunga ed ha vinto premi di ogni tipo, è la qualità delle loro composizioni, è ciò che rende duratura la loro musica. Inoltre quello che amo di soulmen come Al Green, Johnnie Taylor, Little Milton, Willie Clayton è che la loro musica è ascoltata in modo trasversale raggiunge un pubblico più vasto di quello del blues, non passa solo sulle radio blues ma anche su stazioni molto grosse. Questo fa una differenza enorme, qualcuno mi ha detto che ha sentito un mio pezzo alla radio, qui in Svizzera! Ragazzi è qualcosa di grosso, davvero da non crederci.

(Intervista realizzata a Lucerna l’11 novembre 2011- traduzione di Matteo Bossi)