Oggi rischio di essere poco professionale. Il motivo? La stesura della recensione che mi auguro vi apprestiate a leggere. Beh, Riccardo Migliarini non è solo uno degli armonicisti più apprezzati in Italia ma prima di tutto un amico; un amico vero, che ho ha avuto la fortuna di conoscere più di trenta anni fa quando militava nella Wolves Blues Band, formazione che sarà l’origine della Rico Blues Combo quartetto che l’ha fatto conoscere in mezza Europa. Da molti questa sua prima opera solista viene definita “coraggiosa”; ma per chi lo conosce bene come me, posso assicurarvi che la sua è stata una vera e propria necessità, nata, tanti anni fa, forse anche dalla lunga militanza nella radiofonia locale e dal suo studio per il cantautorato italiano. L’album in questione è una sincera esigenza che arriva dopo anni di consapevolezza e studio sul come poter far coesistere il suono del blues con la nostra lingua, situazione che in passato già altri artisti avevano tentato senza grandi risultati. Non sono mai stato un estimatore del blues cantato in italiano ma, “Suono i Blues a Casa Mia”, ha un sapore diverso dai suoi predecessori. Qualcuno potrebbe dubitare del giudizio visto l’amicizia che ci lega ma se avrete la possibilità di ascoltare l’album non potrete non notare quell’insolita concatenazione tra il cantato e quei ritmi così familiari per chi ama il blues di Chicago. Certamente non tutto funziona alla perfezione e soprattutto all’inizio l’impatto potrebbe essere dubbioso, ma il sentore di un lungo studio su come far condividere il tutto, in un modo mai banale, è tangibile. Valore aggiunto sta inoltre nei soggetti trattati. Spesso raccontano di una realtà locale, delle sue problematiche e degli interrogativi ad esse connesse, sempre con quel salutare tono ironico capace di far riflettere con il sorriso… indispensabile di questi tempi. Strumentalmente il lavoro risulta solido e ineccepibile anche perché Riccardo va sul sicuro chiamando intorno a sé la base ritmica della Rico Blues Combo con Giuliano Bei alla batteria e Mirco Capecci al basso. La vera sorpresa risulta la chitarra di Edoardo Commodi, che seppur non abbia un marcato linguaggio blues, regala al progetto delle soluzioni stilistiche inusuali rendendolo dissimile e originale rispetto a tanti album di genere… alcuni lo definirebbero “suono contaminato”. Non sto qui ad analizzare le tracce proposte lasciando a voi la sorpresa di scoprire il mondo di Riccardo. Se avrete modo di ascoltare questa genuina rarità… posso assicurarvi che non rimarrete indifferenti.

Simone Bargelli

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