ROOTSWAY 2013 – ROOTS ‘N’ BLUES & FOOD FESTIVAL

Nel meraviglioso gioiello del Podere Bertazza di Diolo di Soragna si è tenuta la tanto attesa nona edizione del Roots ‘N’ Blues & Food Festival. A causa del momento economico ancora molto difficile, gli organizzatori sono stati costretti ad concentrare la manifestazione in un weekend di sole tre serate tra venerdì 28 e domenica 30 giugno 2013. Ma l’evento ha riscosso ugualmente grandissimo successo di pubblico e, nonostante il tunnel della crisi sembri apparentemente senza fine, la sensazione percepita da molte persone presenti, già durante la serata d’apertura del venerdì, e’ sembrata quella tipica dello “spiraglio di luce che comincia ad intravedersi”. Partiamo ancora prima della serata: il pomeriggio di venerdì 28 giugno sembra un pomeriggio per certi versi qualunque, con gli organizzatori che sembrano ancora perplessi sull’esito dell’edizione 2013. Proprio però quando tutto è ancora incerto, alcuni giovani, provenienti da fuori ma appassionatissimi di musica blues, mostrano di avere grande voglia di dare una mano nel preparare al meglio la serata. Infatti, insieme agli “Amici della Bertazza”, un gruppo di persone che da anni lavora per migliorare ogni anno la bellezza di questo fantastico spiazzo in mezzo alla campagna, si danno da fare per accogliere al meglio il pubblico competente abituato ormai da anni a serate musicali di livello “mondiale” (“world class” come direbbero gli americani). E la serata, pur ancora non caldissima, non delude le loro aspettative. Che sara’ una grande serata improntata sul Blues del Delta, ed in particolare sul blues delle Colline del Nord del Mississippi, se ne ha subito sentore.

Alì Buma Ye – Foto di Antonio Boschi

Ed il merito è del primo gruppo che si esibisce, ovvero quello degli Ali Buma Ye che, pur appartenendo alla categoria degli emergenti, dimostra subito però di saper interpretare al meglio questo tipo di corrente del blues. La chitarra e la voce di un energico Andrea Montanari, supportato al basso da un pregevole Yuri Magnani ed alla batteria da un bravo Simone Casarini, intonano immediatamente, nella maniera più semplice (e per questo migliore), brani come “Station Blues”, “Skinny Woman”, “Long Haired Doney”, “The Preacher Are The Slave” e “Power To The People”. Ma non di solo North Mississippi Hill Country Blues vive il Rootsway. A dimostrazione di ciò sale sul palco il folto gruppo dei Dr. Feelgood & The Long Journey, guidato dallo storico cantante e chitarrista Maurizio Faulisi, grandissimo intenditore di una musica che spazia dal blues al country al bluegrass. Supportato da un incredibile Matteo Ringressi,

Dr Feelgood & The Long Journey – Foto di Antonio Boschi

ragazzo davvero prodigio che sebbene ancora giovanissimo è in grado di suonare (e in stile superbo bisogna aggiungere) strumenti come il banjo, il fiddle, il mandolino e il pedal steel, presentatosi sul palco con una camicia in puro stile Eldon Shamblin che ricorda la migliore tradizione della Texas Dance Hall Music (quella dei Texas Playboys, ma anche di Leon McAuliffe e di Bob Wills per intenderci), Ringressi ha sostenuto per tutta la serata un ottimo Dr.Feelgood Faulisi in brani come “New River Train”, “Hard Times”, “Blackberry Blossom”, “Banks Of The Ohio”, “Foggy Mountain Breakdown”, “Blue Moon Of Kentucky”. La serata e’ stata poi conclusa da un grande, grandissimo e miglioratissimo Ricky Massini, che con la sua Bonus Track Bandsi era gia’ esibito sul palco del festival nel 2006 a Zibello. Massini nell’occasione ha dimostrato di aver affinato molto negli anni la sua tecnica chitarristica, ed il sound di tutta la band è risultato molto pulito e preciso.

Riki Massini – Foto di Antonio Boschi

Una lezione, questa, per molti musicisti che a volte sul palco si atteggiano sempre allo stesso modo, finendo per esibirsi in maniera poco originale e talvolta persino monotona. Sono i musicisti come lui, come Spencer Bohren e come Angelo “Leadbelly” Rossi tanto per fare alcuni esempi, quelli da cui prendere spunto. Persone cioè che quando salgono sul palco sanno cosa fare, e non presentano mai al pubblico lo stesso spettacolo due volte. Massini si è esibito anche in acustico, con brani quali “Pistol Slapper”, “Cannonball Rag” ed “As The Crow Flies”, per poi concludere la nottata nella maniera più elettrica, sfoggiando potenza ma anche controllo e precisione nelle sue finali escursioni chitarristiche.

Sabato sera il clima finalmente dava un po’ di tregua, e se non c’era il tipico caldo afoso della bassa, almeno si poteva stare in maglietta per un po’, prima di proteggersi dall’umidità con maglioni e giacche, ma almeno non dalle onnipresenti zanzare. La natura però ci ha regalato un tramonto meraviglioso, da venature giallo rosa fino al rosso fuoco lento a scomparire all’orizzonte, quasi da Mississippi ancora al Podere della Bertazza di Diolo di Soragna, come per farsi perdonare del freddo che lento ma inesorabile sarebbe arrivato di lì a poco.

19th Street Red – Foto di Antonio Boschi

Il cibo non può che sposarsi con la buona compagnia e la musica, ed ecco 19th Street Red, al secolo Randy Cohen, che allieta la cena dei numerosi spettatori, nonché la nostra, accompagnandosi solamente con la chitarra, se non contiamo il nettare di Bacco, copioso nelle sue vene ben più che nelle nostre.Voce roca quasi alla Bob Dylan, cappellaccio in testa, un vero hobo-bluesman, che sarebbe rimasto in zona, dormendo con il fido cane in auto, solo per salutare l’amico Jimmy “Duck” Holmes il giorno dopo. Riscaldata l’atmosfera è il momento di Spencer Bohren, il gentleman della chitarra acustica e della lap steel. Ancora una volta apprezziamo l’ambiente familiare del Rootsway, dove si può cenare e parlare con i musicisti, o ammirarli da pochi metri, senza sentire il distacco tipico delle star. Così scorrono le note dolci e intense di “Your Home Is In My Heart”, “Borrowed Time”, “Blackwater Music”, “Night Is Fallin’” che, lenta e sinuosa,  si adatta perfettamente alle ombre che conquistano il loro terreno. La voce calda di Bohren, elegante anche nel vestire rigorosamente in nero, riesce a scandire le più diverse emozioni, modulando sulla tonalità e sul volume, memorie del suo passato a cantare musica in chiesa, raggiungendo il culmine con la meravigliosa “Hallelujah” che incanta tutti i presenti, mentre il bis richiesto all’unanimità è lasciato alla sola esibizione voce e cabasa con un medley comprendente alcune strofe persino di “Iko Iko”. Nel cambio palco solo il tempo di presentare il progetto Travel For Fans, un aiuto in più per tutti quelli che vorrano esplorare le terre del Mississippi dove è stato forgiato il Delta Blues. A Daniele Tenca subito l’arduo compito di mantenere alta attenzione del pubblico, di certo non facile dopo tanta classe, ma il “blues per la classe proletaria” nostrano non si lascia intimorire e regala una delle più belle performance live di questo 2013, con Heggy Vezzano e Leo Ghiringhelli che più che a scambiarsi gli assolo erano a divertirsi suonando, e vi assicuro che la differenza si sente!

Daniele Tenca & The Blues For The Working Class Band -Foto di Antonio Boschi

I pezzi del nuovo disco di Tenca & Co. vengono sciorinati al pubblico della Corte, ormai gremita, attento e già sazio, su tutti i bellissimi “Wake Up Nation” e “Default Boogie”. Daniele ed i suoi non si risparmiano, complice forse lo stesso vino che aveva caricato il nostro Randy, o le vibrazioni positive (scusate la citazione) scaturite dalla persona di Spencer. Divertente “Big Daddy”, seppure sempre nella vena di critica sociale e politica del nostro cantautore, e toccante la bellissima “Society” di Eddie Vedder, con Daniele solo alla chitarra e armonica. Ritmo, allegria e tanto blues, condito in salsa rock!  Angelo “Leadbelly” Rossi, presente in veste di spettatore con Paola e il fido Paco al seguito, non rifiuta l’invito e sale sul palco a suonare un brano, nella jam pre-finale, grazie alla chitarra di Heggy, e l’atmosfera già calda nonostante le temperature si accende ulteriormente… La serata finisce giustamente in bellezza, ecco infatti “Bad Moon Rising” con Spencer alla lap steelospite di Daniele Tenca, un brano storico qui suonato con un pizzico di lentezza che lo ha reso ancora più accattivante, se mai fosse possibile. Spenti i riflettori ci gustiamo assieme ai musicisti la spalla cotta e il fiocchetto di culatello, ampiamente annaffiati dal lambrusco, celebrando quasi con un rito pagano l’amicizia nel blues!

Daniele Tenca e Spencer Bohren – Foto di Antonio Boschi

Per il terzo dei tre appuntamenti di quest’anno (30 giugno), il festival ha lasciato, per la prima volta, i suoi luoghi naturali, la bassa parmense con il fiume Po e i suoi dintorni, per mettere piede in una cittadina della bassa reggiana, Correggio, che prima di tutto va ricordata per essere stata decorata al valor militare per il ruolo svolto durante la Guerra di Liberazione grazie al suo impegno nella lotta Partigiana. Soggiornando in quei luoghi, non abbiamo potuto fare a meno di ricordare mentalmente uno degli eccidi più efferati da parte dei nazifascisti, la barbara uccisione dei Sette Fratelli Cervi. Per questo episodio i fratelli Severini, dello storico gruppo militante dei Gang, hanno scritto una delle più emozionanti canzoni, “La pianura dei sette Fratelli”: «(…) e in quella pianura da valle re ai campi rossi noi ci passammo un giorno e in mezzo alla nebbia ci scoprimmo commossi». Spostandoci invece sull’aspetto più strettamente musicale, Correggio è stato luogo per anni di storiche Feste dell’Unità, all’interno delle quali ci sono stati eventi musicali (che ancora oggi rimangono indelebili fra gli appassionati di musica “un po’ in là con l’età”) con grandi artisti della galassia rock americana e inglese. Una terra dunque che trasuda storia e cultura, una terra dove un gruppo di giovani “partigiani” del Rollin’ and Tumblin’ Blues Festival (meglio conosciuti come I Vizi del Pellicano) ha accettato di buon grado una collaborazione con il Roots ’N’ Blues & Food Festival, al fine di proporre il blues più “resistente” a mode e cambiamenti, ovvero quello autentico della zona pianeggiante del Mississippi. L’occasione era impedibile, perché per la prima e unica data in Italia, l’Associazione Rootsway ha portato, Jimmy “Duck” Holmes. Il bluesman di Bentonia, chiuso momentaneamente il suo storico locale, il Blue Front Cafe, con la sua chitarra acustica e accompagnato da Jeff Konkel della Broke & Hungry Records, ha ripreso un aereo per l’Europa e dopo due date in Svizzera è sceso nella bassa reggiana, dove si è esibito nel cortile del Palazzo dei Principi di Correggio.

Jimmy ‘Duck’ Holmes – Foto di Antonio Boschi

Il pubblico non si è fatto attendere. E’ arrivato numeroso e, in religioso silenzio, ha ascoltato uno dei più autorevoli portavoce della tradizione acustica afroamericana. Il suo blues è estremamente puro, pacato, con una linea malinconica nel canto e nei fraseggi di chitarra, spontanei, sobri, dalle poche varianti, ma esplicativi nella quintessenza di un lirismo che ha definito i contorni dello stile di Bentonia, da Skip James, a Jack Owens, senza dimenticare l’armonicista Bud Spires. Anche sul palco Jimmy “Duck” Holmes è composto ed educato e rimane piacevolmente stupito quando dopo un paio di pezzi dall’inizio, il pubblico riconosce immediatamente, con un caloroso applauso, le prime note di “Hard Time Killing Floor” di Skip James. Confortato da tanta attenzione, che ha apprezzato con un sorriso, ha proseguito e, senza soluzione di continuità, ha offerto un’autentica esibizione come se fosse fra le pareti di legno del suo locale, con pezzi autografi, qualche cover, “Red Rooster”, “Rock Me” e l’omaggio all’altro suo mentore Jack Owens con “I’d Rather Be The Devil”. Uno dei migliori concerti da quando esiste il Rootsway Festival.

Ma la cosa non finiva lì. Infatti, dopo l’appuntamento della sera prima al bel Podere La Bertazza di Diolo di Soragna, gli organizzatori hanno pensato di affidare a Spencer Bohren il compito di chiudere la serata. Il musicista di New Orleans anche qui con umiltà, ha dimostrato le sue capacità di artista versatile, e con rigore ed intensità ha offerto ritagli di blues, di gospel, di country e di ballate intimiste, sottolineati ora con la chitarra acustica, ora con la lapsteel, condendo il tutto con una voce non priva di espressività.

Per l’intensa rivisitazione e per la sua estesa conoscenza, ha ricevuto molti applausi con “Hallelujah” di Leonard Cohen, estratta, come qualche altro pezzo, “Money Blues”, “Down In Central Tennessee”, “Broke Down Engine”, dal suo ultimo CD “Tempered Steel”.

Appuntamento al 2014 per la decima edizione, che si preannuncia foriera di novità, musicali ed umane, nel vero senso della parola

 

Francesco Riboldi, Davide Grandi e Silvano Brambilla