SAMANTHA FISH – Legend – 30 maggio 2019

Per la prima volta arriva in Italia la cantante e chitarrista originaria di Kansas City, in un Legend pieno fino al limite della sua capienza, dove dominano però i capelli bianchi, o l’assenza stessa di crine, a testimonianza che anche il rock perde un poco di terreno verso le nuove generazioni. In circa dieci anni di carriera si è costruita un seguito crescente, grazie a qualità vocali e chitarristiche e ad una serie di dischi eclettici, quanto a sonorità e collaboratori.

Difatti ha lavorato negli anni con produttori diversi quali Mike Zito, Luther Dickinson, Bobby Harlow ed è già pronto il nuovo album, “Kill Or Be Kind”, in uscita in settembre, come ci confessa durante la piacevole chiacchierata pre concerto e non agosto come indicato sul sito, per Rounder e prodotto da Scott Billington.

Foto di Fabio Nosotti

In apertura i britannici Curse Of Lono, capitanati dal cantante e chitarrista Felix Bechtolsheimer hanno proposto un set di brani dai loro due dischi, tra rimandi al rock americano classico di un Tom Petty, di cui il batterista sembra un sosia, e qualche ballad ben suonata. Alle 21,15 il palco è tutto per la Fish che sceglie di cominciare proponendo alcuni pezzi dal nuovo disco, “Bulletproof”, “Love Letters” e “Watch It Die”, alternandoli con altri estratti soprattutto da “Chills & Fever”, come la canzone titolo, cover di un brano rhythm and blues di inizio anni Sessanta, rivissuto in chiave garage rock, oppure “Little Baby”. Una prima parte di concerto d’impostazione rock, meno coinvolgente e forse penalizzata dall’audio un po’ impastato, ed il calore “umano” in crescendo, volgarmente detto effetto stalla, non aiuta di certo. Lei ha grinta e disinvoltura, non disdegna di servirsi spesso della slide, in un paio di casi utilizzando una cigar box come su “Gone For Good”, dal riff reiterato. Una ballata in cui imbraccia la chitarra acustica, “Go Home”, assolve appieno la funzione di spezzare l’uniformità sonora, consentendole di premere di nuovo sull’acceleratore nel finale. E’ in questa fase che il concerto offre i suoi momenti migliori, “No Angels”, (dal convincente “Belle Of The West”) è intrisa di radici e poco dopo segue l’unico blues vero e proprio della serata, una versione di “Shake ‘Em On Down” che deve qualcosa a quella dei North Mississippi Allstars, pur piegandosi poi e prendendo una forma differente nel suo sviluppo, con quel tocco di femminilità che ci vuole, ma si badi bene non per questo meno aggressiva o cattiva della controparte maschile.

Foto di Fabio Nosotti

Richiamata per un bis ecco un rock’n’roll tirato “Bitch On The Run” per prendere commiato dal pubblico, molto caloroso. Un buon concerto, in cui è emersa la versatilità della Fish, seppur questo abbia comportato una componente di “blues e dintorni” per così dire residuale, in favore di atmosfere rock a volte eccessivamente protratte nel tempo. Lo confessiamo, ci piace di più quando fa del “sano” rock, senza per forza sfociare nel blues ma di certo non abbandonandosi al pop. Da menzionare, giustamente, il contributo del suo gruppo, rilevante e niente affatto accessorio il lavoro alla tastiera di Phil Breen, mentre la sezione ritmica, con Chris Alexander al basso e Scott Graves (molto esuberante) alla batteria si dimostra più che solida. E Samantha non si nega ai suo fan anzi, stanca ma sorridente e cordiale, firma tutti gli autografi e stringe tutte le mani che cercano un piccolo contatto con la loro eroina, confermando quella dolcezza e disponibilità che avevamo apprezzato nel primo pomeriggio, portandola a definirsi “solo una ragazzina del Missouri”!

 

 

Matteo Bossi,  Davide e Marino Grandi