The Reverend, The Lady and The Undertakers, infiammano Sconfinart

Il weekend ferragostano si chiude come non meglio si poteva sperare, in una lucente notte stellata a Pegognaga (MN), per una serata di quel gran bel progetto culturale-musicale che è Sconfinart. L’evento, che si suddivide tra i Giardini Gina Bianchi di Suzzara e – come questa sera – al Parco Florida di Pegognaga, è stato creato dalla Cooperativa C.H.V. Onlus che dal 1986 opera con mirabile cura e passione nel campo sociale gestendo servizi di assistenza, formazione e integrazione a favore di persone con handicap e disagio sociale a rischio di marginalità. E allora questo ammirevole progetto – guidato da Cayo Delegati (ma lui, ovviamente, ci dirà da tutto il gruppo) – ha l’intento di estirpare la marginalità dalle periferie per portarla “in centro e al centro” di quella che dovrebbe essere la vita sociale, regalando da ormai 17 anni al folto pubblico (e sempre in forma gratuita) spettacoli di alta qualità musicale non tralasciando, ovviamente, il blues e la musica rurale americana. Ci ricordiamo ancora le grandi prestazioni di Watermelon Slim o degli Hazmat Modine (solo per citarne alcune) delle scorse edizioni. Tutto questo in un clima festoso e dove traspare l’unità e la coesione tra diverse realtà che gravitano all’interno della cooperativa. Questa è l’Italia che ci piace. E ci è piaciuto, diremmo anche molto, il concerto che ha visto sul bel palco – con tanto di artistico murales – The Reverend, The Lady and The Undertakers in una applauditissima rivisitazione della musica “pre-war” statunitense. Più che becchini questi Undertakers ci sono sembrati dissotterratori, riportando  alla luce vecchi brani della tradizione americana con grande gusto e cognizione di causa. Si vede che i ragazzi hanno studiato e, soprattutto, hanno fatto il fondamentale passo verso quella ricerca culturale che sta alla base della musica che amiamo.

The Reverend, The Lady & The Undertakers – Foto di Antonio Boschi

Questo non ci stupisce conoscendo Mauro Ferrarese (The Reverend), Alessandra Cecala (The Lady) e gli altri membri di questo piacevolissimo quintetto che abbiamo avuto la fortuna di poter ammirare finalmente tutti assieme. Oltre al duo ormai conosciuto, e che possiamo ascoltare nei loro 2 CD, sul palco mantovano abbiamo avuto la fortuna di rivedere (ed è sempre un gran piacere) Marco Pandolfi a ricamare con le sue armoniche e l’ormai inseparabile chitarra e le due piacevolissime sorprese che rispondono al nome di Paolo De Giuli alla cornetta e Giusi Parenti alle percussioni e alla voce. La maturità artistica dei 5 ragazzi è emersa in una eterogenea riproposizione di brani storici, mai banale e con un percorso che ci ha portati nel “profondo Sud” di inizio scorso secolo. Leadbelly, Jelly Roll Morton, Bessie Smith, Blind Willie Johnson, Memphis Minnie, sono solo alcuni dei grandi personaggi della storia del blues che il quintetto ha presentato (per molti forse addirittura per la prima volta) con eleganza e sentimento ad un pubblico che aveva voglia di ascoltare buona musica e che ha vissuto la trascinante serata con passione e collaborazione. Ferrarese ci ha dimostrato (se ce ne fosse bisogno) di che pasta è fatto e che la sua scelta di non piegarsi a nessun costo ad una musica certamente non dentro le sue corde alla fine paga. Alessandra Cecala ogni volta fa un passo avanti, sempre grande al contrabbasso e con una notevole voce, con la sua eleganza retrò e la sua presenza di palco convince tutti.

The Reverend, The Lady & The Undertakers – Foto di Antonio Boschi

Marco Pandolfi, smessi per un attimo i panni del protagonista, rimane con umiltà e precisione dietro ai due amici ricamando di fino e portando le canzoni su alte vette grazie, anche, al preziosissimo contributo di Paolo De Giuli che con la sua cornetta introduce un suono che ci riporta alle strade di New Orleans, quelle – però – non per turisti. Ultima, ma non per questo meno meritevole Giusi Parenti tra washboard e altri oggetti di casa (ogni concerto per lei è una sorta di trasloco) a dettare il ritmo, aiutata anche dal pubblico. Pubblico, ripetiamo (e questa è una gran bella notizia) molto coinvolto con addirittura, in una sezione a lato palco, i ragazzi della cooperativa impegnati in balli sfrenati. Aggiungiamo un’anonima dichiarazione d’amore letta da Alessandra a favore di una fortunata ragazza (anch’essa anonima, ma lei senz’altro sa) e la serata, sulle note di St. James Infirmary si chiude rimandandoci a casa con la consapevolezza di avere una realtà musicale sulla quale poter contare ancora per parecchio tempo. E allora lunga vita al Blues Made in Italy!

Antonio Boschi