Alan Lomax Archives, intervista a Don Fleming

14 marzo 2011, New York City, al 450 West della 41ma strada trova sede l’Association for Cultural Equity che ospita gli Alan Lomax Archives.

Ad attenderci troviamo Don Fleming, Associate Director and Director of Licensing & Artist/Estate Relations dell’Associazione diretta da Anna Lomax Wood, figlia di Alan Lomax.

Persona gentilissima e squisita ci accoglie in quegli uffici dove la storia e i fantasmi delle tradizioni musicali statunitensi (e non solo) si fanno sentire, regalandoci una sorta di brivido di eccitazione. Una lunga chiacchierata con Don cercando di affrontare le tematiche che stanno a cuore dei lettori de Il Blues e con la speranza di rivedersi presto, magari in Italia.

Com’è che è nata l’idea dell’Archivio Lomax?

Credo che l’idea di tenere in vita e attivo l’Archivio sia un’idea molto importante. Perché non solo rappresenta il lavoro di una vita da lui svolto; e credo che l’importanza di quel lavoro stia nel fatto che lui abbia dedicato un’intera vita alla registrazione. Nella conservazione e promozione di musica e balli. E’ la storia di uomini e donne che rappresentavano la propria comunità. Insomma lui faceva qualcosa di unico, non è che registrasse gente che rappresentava il mondo del pop, le star del pop. La sua non era gente che andava abitualmente in uno studio di registrazione per incidere, era lui che andava da loro per registrare. Lui registrava gente che, in realtà, prestava la propria voce ad una propria comunità. E la cosa più importante, riguardo all’esistenza di questo archivio, è proprio il fatto che noi possiamo utilizzare la musica e la cultura di quella gente, preservare quello che quella gente faceva e, questo, è molto importante. E in quel modo noi riusciamo a mantenere vivo l’interesse da parte del pubblico per quella musica e per quella cultura.

Qual è la struttura e, soprattutto, l’organizzazione dell’Archivio Lomax?

Bene, l’Archivio è strutturato in questo modo: Alan ha fondato un’organizzazione che si chiama Association for Cultural Equity (Associazione per l’Equità Culturale), nel 1982. La parte della nostra organizzazione – che si occupa di archiviare tutte le registrazioni che abbiamo, di ridistribuirle e, soprattutto, di farle riavere ai paesi da cui hanno tratto origine – si è formata sotto a quell’organizzazione, ovviamente non a scopi di lucro. Il nostro obiettivo è prendere quel materiale e restituirlo al mondo in modo che tutti possano aver accesso allo stesso gratuitamente. Dal punto di vista proprio fisico il Lomax Archives non è altro che il semplice edificio che Alan aveva fondato, quindi noi siamo ancora dove Alan stava una volta. Abbiamo ancora alcune delle cose che aveva al tempo, cose originali, anche se in larga parte il suo materiale è finito alla Library of Congress, però abbiamo copie – che poi sono state portate in digitale – del materiale originale quindi abbiamo una collezione notevole qui. Noi non ci limitiamo a lavorare per questa organizzazione, ma cerchiamo, anche, di mettere in campo e realizzare una serie di cose, dando anche ad altri la possibilità di avere diritto di pubblicare le nostre cose ma, addirittura, noi stessi pubblichiamo dischi o cd, album o Lp sia su altre etichette che sulla nostra personale etichetta che si chiama Global Jukebox e, insieme all’Association for Cultural Equity e al Lomax Archives, queste sono le 3 cose che facciamo.

In realtà più che una domanda questa è una curiosità che voglio togliermi. Mi fornisci un profilo di Alan Lomax?

Tutto nasce dalla grande passione del padre per la musica, quindi – molto presto – Alan ha iniziato a trasferire questa sua passione per la ricerca e lo ha fatto nel corso di diversi viaggi sul campo, non solo negli Stati Uniti ma, anche, nei Caraibi. Negli anni ’50 ha passato diverso tempo in Europa, in Inghilterra, in Spagna, anche in Italia. Addirittura ha deciso di visitare altri paesi, per esempio nel 1967 è stato in Marocco, poi è stato nell’Unione Sovietica e ha fatto il possibile per mettere da parte un po’ di soldi, pochi soldi che, però, gli servissero. Dunque Alan ha fatto il possibile non solo per salvare quella musica, ma per renderla più popolare, più accessibile a tutti e, fondamentalmente – nel profondo – era uno studioso di folklore. Ma aveva, anche, una mente molto scientifica, quindi era una persona che cercava ogni modo possibile per far capire al prossimo che tutta la musica di varia provenienza ha, comunque, un uguale valore e, quindi, ha fatto anche il possibile per celebrare, festeggiare quel tipo di musica. (5.06)

Adesso ho un’altra domanda per lei, Donald. Una considerazione, una riflessione su quanto ha detto Alan Lomax a proposito del 1955, anno in cui lui è stato in Italia per compiere i suoi studi. Secondo quanto ha detto quello è stato il miglior anno della sua vita, con migliaia e migliaia di miglia percorse in giro. Ha idea del perché Lomax abbia fatto questa dichiarazione?

Si tratta, ovviamente, di una domanda molto italiana. Credo che uno dei motivi sia il fatto che non si aspettava di andarsene dagli Stati Uniti quando lo ha fatto, ma in un certo senso è stato costretto a farlo per via della “caccia alle streghe” contro i comunisti che era in corso in quegli anni. Considerato che molte delle cose che lui ha cercato e studiato negli Stati Uniti avevano, in realtà, una discendenza europea, quando – poi – lui si è recato in Europa, nella fattispecie specialmente in Italia, così quando negli Appalachi magari sentiva una vecchia nonna cantare una canzone su King George diceva: “quella è la canzone che voglio registrare” e lui sapeva qual’era la madrepatria di quella canzone e, quindi, credo che per lui sia stata una grande soddisfazione poter visitare quei posti. E poi era ancora giovane, aveva il fisico per poter stare in viaggio per tanto tempo e, soprattutto, sapeva che, finalmente, era tornato nelle terre di origine di quelle canzoni che lui aveva sentito in patria. Inoltre non era mai stato fuori dagli Stati Uniti prima di allora e poi, soprattutto per quanto attiene al suo viaggio in Italia, lui si spostava da una città all’altra, da un paese all’altro e la prima cosa che faceva era andare a visitare le autorità locali. Magari spiegava che era giunto lì per registrare la musica del posto. Diceva: “voglio registrare un pescatore di tonno”. E magari i rappresentanti delle autorità locali, invece, avevano un atteggiamento diverso, erano schifati all’idea, erano quasi imbarazzati e gli dicevano. “no, invece di registrare quello vieni il tal giorno in teatro che c’è l’opera”. Lui era molto lungimirante, si era reso conto già allora che le cose che stava facendo erano avanti rispetto alla visione delle cose degli altri. Lui vedeva cose che gli altri non riuscivano a vedere, sapeva che molte di quelle canzoni avevano le loro radici nel mondo del lavoro, per esempio. In fondo il fatto che lui fosse un antropologo, un etnomusicologo, anche, lo ha aiutato perché aveva una visione anche molto scientifica della cultura, del penetrare la cultura fino in fondo nelle radici e questo, soprattutto in Italia dove al tempo c’era ancora tanta gente che cantava sul posto di lavoro, per lui è stata una rivelazione. Lui sapeva che quella era la cultura, quella era una massima espressione della comunità nella quale lui era arrivato, quelle canzoni. Ecco, quello è una cosa che in America non c’era in grande abbondanza, ed è anche il motivo per cui lui ha deciso di andare nei campi delle prigioni, nei campi di lavoro. Infatti nei campi di lavoro delle prigioni i carcerati cantavano mentre lavoravano. Erano quelle le loro canzoni. In America di quei posti ce n’erano veramente pochi, nelle prigioni, per esempio, si cantava spaccando legna o rompendo pietre. Uno dei rari posti in cui i lavoratori cantavano erano le isole al largo della Georgia, dove i pescatori arrivavano a riva con le barche cantando all’unisono per vogare nella maniera giusta. Per cui quando lui è andato in Italia ha trovato un territorio largamente vergine; ed è come se davanti a lui si fosse aperta una miniera d’oro, in qualche modo. Quindi per lui quello era tutto materiale prezioso, poi non dimentichiamo che era molto giovane, nel fiore degli anni.

Cosa pensi delle registrazioni della Rounder e delle cose di Lomax distribuite anche in Europa dalla Rounder?

Abbiamo stipulato un contratto con la Rounder per un centinaio di CD e, ancora oggi, la Rounder distribuisce questi CD anche se una volta che questi finiscono non li ristampa, ma li distribuisce soltanto in versione digitale. Il fatto è che, a un certo punto, ci siamo accorti che la Rounder non aveva un grande interesse per pubblicare anche quei libretti di informazione, che sono molto importanti ed esaustivi che noi alleghiamo ai nostri prodotti. Insomma siamo arrivati al punto in cui non erano più in grado, non volevano più sobbarcarsi quell’impegno di un packaging così oneroso. Nel frattempo noi avevamo iniziato a guardarci attorno e ci siamo accorti che non esiste, per come va il mercato musicale oggi, l’etichetta perfetta per noi. Ci siamo accorti che, forse, il modo migliore – per noi oggi – è quello di andare direttamente dalla comunità nella quale sono state originate determinate cose sul fronte musicale e cercare un partner in quella comunità per realizzare dei prodotti. Per esempio stiamo per pubblicare un disco di musica spagnola delle Asturie. Stiamo cercando delle etichette indipendenti con le quali realizzare un progetto singolo per volta. Abbiamo fatto una cosa per Haiti, una collezione di musica di Haiti. Lo abbiamo fatto con un’etichetta di san Francisco con la quale stiamo pensando di pubblicare un’altra cosa ancora. Abbiamo pubblicato 5 prodotti con un’etichetta che si chiama Cigar Records, che ha pubblicato questi prodotti solo in formato LP, in vinile; e noi stessi con la Global Jukebox stiamo pubblicando tutto il nostro materiale in versione digitale su iTunes e tutti gli altri provider. In realtà non è che stiamo facendo delle cose diverse, perché anche con la Rounder eravamo noi che poi producevamo tutte le cose. Loro le realizzavano a livello pratico, mentre tutto il lavoro di produzione lo abbiamo svolto noi e la stessa cosa stiamo cercando di farla ora. C’è sempre carne al fuoco, vi ho parlato di quei 5 dischi, insomma ci sono una serie di cose – attraverso la Global Jukebox – stiamo cercando di occuparci di tutto, andiamo avanti in questo modo, a partire dalla piattaforma digitale della Global Jukebox ma, poi, cercheremo sempre dei partner coi quali realizzare prodotti musicali fisici come i CD. Anzi, ora che ci penso, con la Mississippi records stiamo realizzando un disco di Fred McDowell – la cosa magari vi interessa – uscirà ancora una volta soltanto su LP e sarà una compilation di brani di Fred McDowell. Ma ne stiamo realizzando una serie anche per l’Africa. Per cui noi abbiamo sempre più in mente di dire che il mercato è più piccolo ma c’è. L’importante è che per quel mercato il packaging sia buono, ci siano ottime note che accompagnano il prodotto scritte da gente in gamba, che abbia, anche, un aspetto molto gradevole e, soprattutto, che la qualità della musica sia la migliore qualità digitale possibile che, comunque, la rimasterizzazione sia ai massimi livelli. Ma non è che abbiamo finito il nostro rapporto di lavoro con la Rounder, semplicemente quella serie che avevamo pensato inizialmente è al termine, ma di quando in quando ci capita di scambiare le nostre vedute e la Rounder pare interessata, comunque, a pubblicare un’altra cosa che è nelle nostre mani. Vedremo. (13.13)

Puoi darci una dritta, magari su qualche cosa che state producendo dall’archivio di Alan Lomax, voi direttamente o attraverso qualche altra etichetta discografica?

Beh, ci sono 2 album che, in qualche modo, dovrebbero essere un compendio della carriera di Alan, soprattutto nel folk, e che accompagnano idealmente un libro che è appena uscito. Il libro si intitola “The Man Who Recorded the World”, L’uomo che ha registrato il mondo intero di John Szwed. Quindi il prodotto che uscirà dovrà idealmente accompagnarsi a questo libro e, credo, uscirà anche su CD e LP. E poi, come dicevo, il disco di Fred McDowell che, probabilmente, è il primo prodotto che uscirà, come dicevo per la Mississippi Records in versione LP mentre saremo noi, con la Global Jukebox a pubblicarlo in versione digitale. Questi sono i progetti più imminenti.

E ora un’ultima domanda. Donald, ti trovi davanti a una classe di studenti e devi dire loro qual è – per te – il modo migliore attraverso il quale si possano fare uso dell’archivio di Alan Lomax.

Credo che tutto quello che noi mettiamo a disposizione online, il database in particolar modo ma anche tutte le risorse per l’insegnamento, spererei davvero che gli studenti utilizzassero quell’archivio, quelle 17.000 canzoni che sono state digitalizzate e messe a disposizione per capire meglio, per imparare qualcosa in più sul loro mondo, sulla storia, sulla cultura, per capire qual’é stato il ruolo rivestito della musica nel corso della storia. Per capire meglio il fatto che la musica non è mero intrattenimento, ma è sempre stato qualcosa di strettamente connesso, una parte intima del tessuto sociale del mondo. Ci sono state culture nelle quali la gente cantava tutto il giorno. Spero proprio che in questo modo questi ragazzi possano capire che cosa davvero la musica rappresenti per gli esseri umani. E che, inoltre, possano capire che questo discorso vale per tutte le culture, che la buona musica non viene soltanto dagli Stati Uniti o dall’Inghilterra – perché è da questi 2 paesi che provengono quasi tutte le più grandi pop star – e questo non significa che la musica migliore risieda lì, sia lì. La musica viene da tutte le parti. Ovviamente bisogna sapere dove cercare; è un po’ come non vedere la foresta perché dall’alto si vedono solo piante. Mi auguro, ovviamente, di poter mettere a disposizione di questi studenti le risorse per poter effettuare quel tipo di ricerca. Una ricerca che permetta loro di scoprire le cose più semplici, ma anche un significato più profondo della nostra esistenza in quanto esseri umani.

[n° 117 della rivista: vai ad arretrati]