Derek Trucks – Intervista

Tedeschi Trucks BandOne Big Family di Matteo Bossi

i sono gruppi che vanno visti dal vivo per comprenderne davvero la portata, la Tedeschi Trucks è uno di essi. Si sono costruiti un seguito fedele alla vecchia maniera, macinando cioè concerti su concerti negli ultimi sei anni, espandendo un repertorio molto vasto, basato sì sui loro tre dischi in studio, ma allargato a cover rese proprie, da classici blues, soul e gospel, a canzoni di Sly Stone, Derek & The Dominos, Dylan, Cohen, Miles Davis o il Joe Cocker di Mad Dogs & Englishmen. L’uscita del loro “Live From The Fox Oakland” ci ha fornito l’occasione di parlare con Derek Trucks, che del gruppo è insieme capocordata e fuoriclasse a tutto campo. Derek non solo comunica una simpatia e gentilezza pari solo alla sua bravura, ma è un artista dallo sguardo etico e profondamente appassionato verso l’universo musicale tout court, cosa che lo rende, ancor di più, a sé stante

La band ha già superato le aspettative che tu e Susan avevate quando l’avete assemblata? Ah è possibile, abbiamo una band di grande talento, ma credo sia più che altro una questione di chimica, essendo così numerosi. Però no, credo che la formazione attuale abbia ancora margine. Il nucleo di persone che avevamo messo insieme aveva un potenziale molto buono, questo lo sapevo, e in più Susan è bravissima. Negli ultimi due anni la band si è rinsaldata ancora di più, l’ho avvertito nettamente, il salto definitivo, forse c’è stato dopo l’ingresso di Tim Lefevbre al basso, lui ha portato qualcosa che mancava. All’inizio al basso c’era Oteil Burbridge, musicista straordinario, ma forse appunto il modo di suonare di Tim e come si è integrato con tutti ha fatto la differenza. Come il pezzo mancante di un mosaico. Un aspetto non secondario, anzi direi che conta quanto quello musicale, è la sintonia tra noi, il fatto che ci piace stare insieme, visto che passiamo molto tempo in tour e si finisce per condividere gli stessi spazi, se così non fosse, beh sarebbe un problema. Vedi sempre le stesse facce e quando vuoi ritrovarti anche nei “day off” è un bel segno, e ti posso assicurare che non succede in molte band.

In effetti il senso di comunità, di famiglia è palpabile e raro, vedendovi suonare o anche solo dal filmato  DVD E’ senz’altro una cosa cui teniamo e sono d’accordo, è una cosa abbastanza inconsueta. Viviamo in tempi in cui domina il singolo e l’autoindulgenza, mentre noi cerchiamo di andare in direzione opposta, conta il gruppo e questo include tutto il seguito, tecnici, roadies, collaboratori… La musica e la famiglia vanno di pari passo, è una cosa che ci ha trasmesso sin da piccoli mio padre. Ricordo quanto si emozionava ascoltando Ray Charles o B.B. King o il “Fillmore East” degli Allman Brothers o anche solo parlandone. La musica non è solo intrattenimento per lui e non lo è per noi, era una cosa seria, in casa nostra. Forse per questo ho avuto grande rispetto per la musica che ascoltavo sin da bambino, che fosse Duane, Elmore James o B.B. e qualunque degli altri vinili che metteva su mio padre. Per quanto riguarda la famiglia la sua prima lezione è stata di osservare il comportamento delle persone, in questo modo si capisce quali sono le loro priorità, il resto lo impari dall’esperienza. [continua a leggere nel n° 138 – Marzo 2017]