Unica tappa italiana per Eric Bibb, lo scorso 19 maggio, nel bel Teatro San Domenico di Crema, ricavato in una ex chiesa risalente al XV secolo, una sala dal suono nitido, ideale per ascoltare la musica acustica di Bibb. Ma facciamo un passo indietro perché l’apertura era affidata al sempre bravo Francesco Piu, che non ha mai nascosto la sua ammirazione per l’artista americano.

La stima tra i due si è concretizzata nella produzione da parte di Bibb dell’album “Ma-Moo-Tones” di Francesco. Per l’occasione sale sul palco da solo e parte da una consistente “You Upset Me Baby” per poi passare alla dylaniana “Gotta Serve Somebody” e infilare uno via l’altro, Jesus On The Mainline” e uno dei pezzi che sovente esegue “Trouble So Hard”.

Foto di Gianfranco Skala

Spiritoso e autoironico interpreta una particolare “Last Fair Deal Gone Down” con solo washboard e armonica e una “Motherless Child” rallentata ed evocativa e “Stand-By Button” al banjo. E’ il momento di Bibb, classe 1951 ma apparentemente immune all’invecchiamento, “merito dello yoga e del buon vino” ci ha detto ridendo prima del concerto. Inizia da solo con una cadenzata “Going Down Slow”, poi lo raggiunge Michael Jerome Browne, polistrumentista canadese di Montreal, sovente partner di Eric anche sui dischi, come in “Migration Blues” dello scorso anno. Da esso è tratto (e non resterà isolato) il brano successivo, “Four Years No Rain”, in cui Eric canta accompagnato da poche note della chitarra di Browne. Spazio al fingerpicking preciso e delicato del leader su “On My Way To Bamako”, cronaca dell’incontro musicale con Habib Koite o l’autobiografica “Silver Spoon”. Diversi estratti dall’ultimo album dedicato al tema dei migranti a qualsiasi latitudine, “Diego’s Blues”, “With A Dolla’ In My Pocket” e soprattutto una splendida ed empatica “Refugee Moan”, cantata a cappella dopo una dedica esplicita a “tutte le persone nel mondo che sono disperatamente in cerca di un posto sicuro”, davvero di bell’impatto. Riprende con perizia “Going Down The Road Feeling Bad” e “Needed Time” che non manca mai ai suoi concerti, e ancora “Come Back Baby”. Li alterna a piccoli classici del suo repertorio quali “Panama Hat”, “Saucer’n’ Cup” oppure il ritmo reiterato di “With My Maker I Am One”, assecondato con grande misura da Browne, il cui chitarrismo, con o senza slide a seconda dei momenti, è fatto di contrappunto e note scelte con cura.

Foto di Gianfranco Skala

Dote che conferma nella “Broke Down Engine” di Blind Willie McTell, che esegue da solo. Bibb coinvolge il pubblico in una sorta di moderno spiritual, “New World Comin’ Through” e nel finale prima accelera con la sua “Don’t Ever Let Nobody Drag Your Spirit Down”, quindi intona una vecchia canzone folk, “I Wish I Was A Mole In The Ground”. Come bis ecco l’omaggio al Reverend Gary Davis con “I Heard The Angels Singing”. La musica di Eric ne rispecchia il carattere, quello di un umanista attento a quel che succede nel mondo, legato alla tradizione eppure senza timore di affermare la sua personalità. La spaziatura sonora limpida del suo folk / blues, lo ha reso negli anni un artista a sé stante; siamo curiosi di sentire il suo prossimo “Global Griot”, in uscita in autunno, con la partecipazione, ci ha anticipato, di diversi musicisti dell’Africa occidentale.

Matteo Bossi  e  Silvano Brambilla

Category
Tags

Comments are closed

Per la tua grafica

Il Blues Magazine