Ricordo di un gigante –  di Marco Denti

Orfani di Stevie Ray Vaughan (ancora adesso), eravamo tutti in attesa del nuovo guitar hero, quando, giusto un anno dopo la sua scomparsa, sulla copertina di “One Believer” apparve il volto spigoloso di John Campbell. Era qualcosa di più, e qualcosa di diverso: non aveva le pose del divo chitarristico (anche se dal vivo il suo set era incendiario), non si trastullava con la tecnica e la tecnologia e i suoi strumenti si portavano dietro un secolo di storia. La tecnica c’era, ed era sbalorditiva, non soltanto per la qualità, l’energia, il background, ma anche per come l’aveva maturata. Apparso di sorpresa e altrettanto repentinamente scomparso, lasciando tutti interdetti e attoniti, John Campbell era un bluesman superbo, affascinante, misterioso. Nato a Shreveport, Louisiana, ma cresciuto a Center, Texas, aveva avuto i suoi primi incontri con la chitarra, prendendola in prestito dalla nonna e a otto anni ne ha avuta una tutta sua. Il blues è sempre stato nelle sue vene, ma dopo un terrificante incidente con un dragster (a sedici anni) che gli segnerà per sempre la vita (un polmone collassato e quasi cinquemila punti per rimetterlo insieme), diventerà qualcosa di più. Costretto a lungo all’immobilità, la chitarra diventa lo strumento per comunicare, visto che è impedito a farlo persino con la voce, e a tratti persino l’unico collegamento con il mondo. Approfondisce la conoscenza di Mississippi Fred McDowell, Lightnin’ Hopkins, Muddy Waters, John Lee Hooker ed Elmore James, tutti nomi che ritorneranno in un modo o nell’altro nella sua storia.  Una biografia che sembra scritta da James Lee Burke: ancora convalescente riparte a battere i bar del Texas, ma gli inizi sono tentennanti. Comincia con The Junction, un trio che perlustra i bassifondi del Texas senza lasciare alcuna traccia discografica [continua a leggere nel n° 144 –settembre 2018]

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