Tony Joe White

L’uomo delle paludi   di Matteo Bossi

Una voce scura, con gli anni sempre più ombrosa, un ritmo capace di catturare l’ascoltatore e avvolgerlo, intessuto con note sparse di una chitarra dal suono del tutto peculiare. Il radicamento reale e metaforico verso un mondo, forse, in via d’estinzione, quello del profondo Sud e degli esseri, umani, animali o vegetali, che vi abitano. Da questo deriva l’atmosfera che si viene a creare. Sono da oltre mezzo secolo, i tratti distintivi di un’artista a sé stante, Tony Joe White. Il segreto risiede nella semplicità e come in cucina, nella qualità degli ingredienti. Quel che segue è la storia di un uomo che si porta dietro, ovunque vada, un pezzetto di palude della Louisiana, il legame con la sua terra d’origine non si è mai spezzato.

Louisiana

Nato a Goodwill, nelle vicinanze di Oak Ridge, Louisiana, nell’estate del 1943, in una famiglia di agricoltori, padre, madre di ascendenza Cherokee, «mio padre era un contadino, 40 acri dal fiume, 7 figli da crescere», canta in “9 Foot Sack”. Oak Ridge è incuneata nel nord est della Louisiana, prossima al confine con Arkansas a nord e con Mississippi (fiume e Stato) appena ad est. E’ il più giovane e fino a sedici anni non si interessa molto alla musica, seppur in casa i suoi non disdegnassero di suonare vari strumenti e cantare blues, country e gospel. Qualcosa scatta dopo aver ascoltato un disco di Lightnin’ Hopkins che aveva portato a casa suo fratello Charles. Prende la chitarra del padre, buon fingerpicker e amante di Chet Atkins, ed impara a suonarla. Suona alle feste e ai suoi coetanei la cosa piace, al punto che gli chiedono “Baby Please Don’t Go” e brani di Hooker, Muddy Waters o Hopkins. Poi irrompe Elvis, «all’inizio era solo una voce alla radio», ha raccontato Tony Joe, «qualcuno dei vicini prese una televisione e lo vedemmo all’Ed Sullivan Show (era il 1956 n.d.t.), vederlo lì ci colpì moltissimo, i capelli, i vestiti, come si muoveva». Finita la scuola per qualche tempo lavora come camionista e va a vivere a Marietta, in Georgia, dove si era trasferita sua sorella e aiuta il cognato come saldatore. Si sposa con Leann (tuttora al suo fianco) e si trasferisce a Kingsville, Texas, e poi a Corpus Christi, suona in vari club della zona come Tony Joe & His Combo, poi Tony Joe & The Mojos e Tony’s Twilights.  Suonano blues e qualche suo pezzo. La band è composta al massimo da tre elementi o solo da Tony Joe e da un batterista, formula che resterà la sua preferita anche per gli anni a venire, «al batterista non importa in che tonalità stai suonando!» ha affermato. Tony Joe & The Mojos incidono anche un paio di 45 giri, “Bad Mouth/Someday” e “Sundown Blues/Down The Road I Go” per l’etichetta J-Beck a diffusione regionale. Nel 1966 parte dal Texas diretto in Tennesse. «Mia moglie lavorava come insegnante, io suonavo la sera, risparmiammo un po’ così presi una settimana e mi diressi a Memphis. Non so ancora perché ma non mi fermai e proseguii fino a Nashville». Il primo approccio non fa ben sperare, in quanto le risposte che riceve sono del genere «ti sei fatto tutta questa strada per niente, qui non c’è che musica country». Qualcuno gli da un contatto però presso una certa Combine Music, la società che si occupa del publishing per la Monument, etichetta fondata da Fred Foster nel 1958, casa di Roy Orbison, Ray Stevens e Dolly Parton. White si presenta di mattina all’ufficio di Bob Beckham, fa buona impressione e viene messo sotto contratto. Il suo stile non è ancora del tutto definito, c’è qualcosa da mettere a fuoco. [continua a leggere nel n° 144 –settembre 2018]