Edizione numero ventotto per il festival di Lucerna, in un clima, come di consueto, di convivialità, collaborazione e ritrovo. Un aspetto niente affatto secondario e avvertibile sia da chi sta sopra il palco al Grand Casino sia da chi resta sotto, vale a dire il pubblico, ormai formato in buona parte da  una folta comunità di appassionati provenienti da mezza Europa, che  rinnova la sua presenza di anno in anno. Poi c’è ovviamente la musica ed è di certo un altro fattore importante, se non decisivo, vista l’attenzione nel proporre un cartellone vario e sfaccettato, anche quest’anno ricco di graditi ritorni o di  belle scoperte

A quest’ultima categoria appartiene a pieno diritto Sean Mack McDonald, chitarrista e cantante georgiano, classe 2001, alla testa di una formazione allargata, che ritroveremo anche nelle serate successive. Parliamo dei Texas Horns, sezione fiati capitanata da Mark Kaz Kazanoff e al quartetto sempre di provenienza dal Lone Star State, con la presenza dei fratelli Johnny e Jay Moeller (chitarra e batteria), Mike Archer al basso e Nick Connolly all’organo. McDonald non ha ancora inciso un suo album ma dimostra subito una bella disinvoltura a cominciare da “Gangster Of Love”, propone alcune cover ma  le rilegge in maniera non scontata, da “Certainly All” (Guitar Slim), passando per altri giganti quali Freddie King, Pee Wee Crayton o T-Bone Walker o una “Somebody Loan Me A Dime”. Talento al canto e alla chitarra, abbinato al divertimento nello stare sul palco (ogni tanto estrae il cellulare per controllare la setlist!) e passione per la storia di questa musica non mancano a McDonald. Vedremo quale direzione sceglierà di imboccare in futuro, ma intanto sembra sulla strada giusta e ci lascia una bella impressione.

Sean “Mack” Mcdonald photo Ph. Pretet

Si continua con un’altra formazione, stavolta in quartetto, che comprende due padri e due figli. I padri sono Jason Smay (batteria) e Kevin McKendree (organo), gli eredi sono rispettivamente McKinley James (visto qui anche lo scorso anno) e Yates McKendree. Idea interessante quella di valorizzare due ragazzi poco più che ventenni, eppure musicisti già apprezzati e richiesti. Yates McKendree ha pubblicato il suo primo disco lo scorso anno, il promettente “Buchanan Lane” e dal vivo si conferma un chitarrista dal fraseggio pulito, con grande attenzione allo studio dei classici. Dal suo disco propone cose come “No Justice”, “Ruby Lee” o ancora “It Hurts To Love Someone”, alternandosi al canto con McKinley James. Questi, dall’attitudine forse più rock’n’roll, canta brani suoi come “Stuck In Your Shadows” o la ripresa di “Something On Your Mind”. Alternando tra shuffle di buona fattura e brani più uptempo, il suono è corposo e il lavoro di McKendree padre all’organo notevole, d’altra parte è tra i tastieristi più stimati (Delbert McClinton, Buddy Guy, John Hiatt, Tinsley Ellis e dozzine di altri). Tempo e talento giocano a loro favore.

Photo by Aigars Lapsa

La serata si chiude in bellezza con l’esibizione della Love Light Orchestra, ensemble largo (dieci elementi), con una folta sezione fiati (cinque elementi) e un cantante di assoluto valore, John Nemeth. Apparso in ottima forma dopo le vicissitudini di salute ed è alla testa di questa formazione nata in modo estemporaneo, per amicizia e comune passione per le sonorità memphisiane degli anni Cinquanta /Sessanta, le big band come quelle di B.B.King, Bobby Bland o Junior Parker. Per la prima volta suonano al di fuori degli USA e tutti i perni attorno ai quali ruota la musica fanno la loro parte appieno, dalla sezione ritmica solida Lowe/Wilson, le tastiere di Willie Stephens, i fiati che spingono a dovere e la chitarra incisiva di Joe Restivo che non si limita ad un ruolo d’accompagnamento ma intesse un dialogo costante. John, quanto a lui, si diverte parecchio, invita per una canzone Willy Jordan (batterista/percussionista con Elvin Bishop e molti altri, tra cui lo stesso Nemeth) sul palco, canta con trasporto composizioni della band come “I Must Confess”,”Open Book” o una ballad sentita come “After All” o classici come “3 O’Clock Blues”, tratti dal loro album dello scorso anno “Leave The Light On”. Davvero belle anche “It’s Your Voodoo Working” e “Love And Happiness”. Un ottimo set.

Joe J. Saye photo Ph Pretet

Il venerdì inizia invece con il solido Chicago blues di Tom Holland e dei suoi Shuffle Kings, un trio con Marty Binder e Mike Sharf ai quali si aggiunge come ospite il giovane chitarrista Joey J. Saye. Holland, valido chitarrista mancino, dopo aver suonato con John Primer e Eddy Clearwater (tra gli altri), ha trascorso dodici anni accanto a James Cotton. È un musicista legato alla tradizione, lo si vede sia dalle fondamenta ritmiche della sua chitarra, che nei passaggi solisti o slide, in questo caso sembra aver incorporato alcuni stilemi tipici di Primer. Abbiamo anche l’occasione, dunque, di scoprire dal vivo Joey J Saye, trentenne cantante e chitarrista, cresciuto a Chicago da genitori nativi della Liberia, che si sta ritagliando un suo posto, suona regolarmente al Rosa’s e lo scorso anno ha pubblicato un promettente EP acustico di cinque canzoni, “World Of Trouble”. Saye suona con compostezza e dimostra conoscenza dell’idioma, ha una buona attitudine anche al canto, si alterna con Holland parti soliste e ritmiche. Sarebbe stato curioso vederlo anche in acustico, dimensione un po’ abbandonata in generale nei festival, magari in apertura.

Restiamo a Chicago per il gruppo successivo, guidato da un artista che per certi versi ha avuto un percorso analogo a Holland. Ci riferiamo a Dave Weld & The Imperial Flames, formazione che allinea dietro al leader Weld, una ottima sezione ritmica imperniata sui veterani Felton Crews e Jeff Taylor, Monica Myhre, moglie di Dave, al canto, Harry Yaseen alle tastiere e Rogers Randle al sax. Come ospite speciale per il concerto di stasera hanno invitato Pierre Lacoque, armonicista, fondatore dei Mississippi Heat. Weld e i suoi ci portano in una Chicago d’annata, quella che ha frequentato sin dalla fine degli anni Settanta, seguendo gli insegnamenti di JB Hutto. Grande profusione di energia, sin dai primi brani, Weld non si risparmia un attimo, ad un certo punto scende persino tra il pubblico. Il repertorio spazia da qualche classico a brani del suo album dello scorso anno uscito su Delmark,il valido “Nightwalk”, prodotto da Tom Hambridge. Da esso ascoltiamo cose come “Cry Cry Cry” o “Travelin’ Woman”.

Stan Mosley Photo Ph Pretet

Bel finale di serata con Stan Mosley accompagnato ancora dai Texas Horns e dai fratelli Moeller. Mosley è un cantante di lungo corso, originario di Chicago ma con molte esperienze, sia con altri che a suo nome, ricordiamo alcuni dischi in passato su Malaco e già fattosi valere a Porretta. Qui ha accanto gli stessi accompagnatori del bel disco su Dialtone, “No Soul No Blues” e ci sono le condizioni migliori perché Mosley lo porti in scena con entusiasmo. Cosa che avviene, visto che trova un gran supporto sia dal pubblico che dalla band, in cui sia i fiati, che Johnny Moeller o Nick Connolly ai rispettivi strumenti incidono parecchio in positivo. La canzone titolo o “I’m Back To Collect” sono ottimi momenti e lo sono altrettanto le riprese di “Can’t Get Next To You” oppure di un altro classico di Al Green, “Love And Happiness”, con backing vocalist Sean McDonald e Angela Miller (Soul Supporters).

L’ensemble dei Texas Horns lo ritroviamo protagonista ad inizio serata il sabato, con Kazanoff a condurre il tutto, tra un buffa “Guitar Town” dedicata agli adepti della sei corde ad alcuni pezzi con ospite l’ottimo tastierista Mitch Woods e una bella “Three Times A Fool” cantata con grande espressività da John Nemeth. Scorrono altri buoni momenti, in parte tratti dal loro album dello scorso anno, “Everybody Let’s Roll”.

D.K. Harrell ph Philippe Pretet

Eravamo molto curiosi di scoprire dal vivo D.K. Harrell dopo aver apprezzato il suo album d’esordio su Little Village e ancor di più dopo la lunga intervista che ci ha accordato il giorno prima. E il venticinquenne originario di Ruston, Louisiana ha confermato le aspettative, con un concerto di grande impatto ed energia. Alla testa di un gruppo ben oliato, solida sezione ritmica, Orlando Henry alle tastiere, tromba e sassofono, D.K. spazia dalle atmosfere care ad uno dei suoi eroi, B.B. King, nel fraseggio e nel vibrato, del repertorio regale riprende, ad esempio, “Never Make Your Moke Too Soon” o “Night Life”, riproducendo persino le movenze di Mr. Riley. Ma è altrettanto a suo agio in brani di stampo più funky, da una ballad come “I’m In Love”(Bobby Womack) o da canzoni tratte dal disco, pensiamo a “You’re A Queen” oppure a “Honey Ain’t So Sweet”. Impressiona per padronanza del palco e comunicativa, oltre che per le indubbie qualità musicali, Harrell è già una realtà rilevante ed è pertanto facile pronosticargli un bell’avvenire.

Dopo di lui è il turno dei The Soul Supporters, gruppo di Austin che ruota attorno ad una coppia di valide cantanti, Lauren Cervantes e Angela Miller, attive anche come backing vocalist per altri (Black Pumas, Gov’t Mule, Ruthie Foster…). La loro proposta è un fresco cocktail di R&B, blues e soul,  con qualche classico rivisitato e le belle armonie vocali delle ladies, scorrono riproposizioni simpatiche di brani come “Shake A Hand” o “The Weight”. Un concerto piacevole, in cui fa apprezzare anche la sezione ritmica composta da Ricky Rees e Nico Leophonte, batterista e produttore molto attivo.

Terrance Simien ph Matteo Bossi

Mancava dal 2017 a Lucerna Terrance Simien ed è visibilmente contento di essere di ritorno. Questa volta la sua band Zydeco Experience che schiera due elementi ai fiati, Revon Andrews trombonista anche nella New Breed Brass Band, fresca di nomination ai Grammy per il loro album e Michael Christie alla tromba, ad un certo punto si unirà a loro anche la moglie di quest’ultimo, trombettista a sua volta. Simien lancia collanine al pubblico e anima uno zydeco party speziato e sapido, sfruttando le coloriture variopinte date dai fiati. Invita sul palco dapprima Willy Jordan, scatenato al rubboard, poi Mitch Woods e infine Sean McDonald, interpretando “No Woman No Cry” o due classici dylaniani “You Ain’t Going Nowhere” e “I Shall Be Released”, non manca nemmmeno “Iko Iko” o una festosa “Love The One You’re With”. Simien termina invitando sul palco Daniel Mebold, Martin Brundler e Guido Schmidt del comitato organizzatore del festival e affidando un rubboard a ciascuno. E la festa continua con i concerti al Casineum al piano superiore fino a notte fonda. Hanno ben figurato anche i gruppi europei che vi hanno suonato. I ticinesi Freddie & The Cannonballs venerdì sera, formazione compatta e vivace guidata dal bassista e cantante Federico Albertoni, dedita ad una miscela di originali e cover degli anni 50/60. Sabato gli spagnoli Noa & The Hell Drinkers, vincitori in Polonia dell’European Blues Challenge e reduci da esibizioni in importanti festival continentali (due sere prima erano in Repubblica Ceca). Il quintetto guidato dall’esubernate Noa Eguiguren, cantante con bella verve, propone  canzoni proprie quali la divertente “Hell’s The New Heaven” ed infiamma in Casineum sia per la bravura che per la presenza scenica.

Matteo Bossi

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