Un pubblico di adulti accorso davanti ad un ventenne per farsi trasportare negli anni della loro gioventù, gli anni settanta. Così possiamo giustificare la gran parte degli avventori che hanno riempito il Legend Club di Milano per l’ultima data della tour europeo primaverile e prima in Italia, per la band del giovane cantante e chitarrista del South Carolina, Marcus King.

Anche il suo aspetto estetico è più che mai adeguato a quella tipologia di rock anni settanta che chiedeva una spinta da una sezione fiati per andare incontro al soul e al funk.

Foto di Federico Ponti

Queste sono dunque le coordinate entro cui il sestetto guidato dal giovane musicista si muove. Niente pezzo introduttivo, niente annuncio enfatico, subito tutti sul palco, come nella miglior tradizione delle band di quel periodo. Pronti via con “Ain’t Nothing Wrong With That” che già delinea i due assi portanti, la solida sezione ritmica, formata dalla batteria di Jack Ryan e il compassato bassista Stephen Campbell, e la sezione fiati cui viene dato molto spazio, formata da sax (Dean Mitchell) e tromba / trombone (Justin Johnson). Diversi brani diventano delle jam, in cui ognuno ha il proprio spazio, a parte forse l’organo hammond, Matt Jennings, che si ritaglia più che altro un ruolo di collante sonoro. Centrale, ça va sans dire, anche la chitarra del leader, dimostrando  tecnica e disinvoltura, qualche volta estendendo parecchio gli assolo, dove una parvenza di fraseggi blues vanno cercati dentro a grappoli di fraseggi rock o nel dialogo coi fiati. Ma è forse alla voce dalle tonalità velatamente roche, che rivela una maturità superiore all’anagrafe e una certa propensione verso il soul, come si evince anche dalla scelta delle cover, “Let’s Get It On” o verso la fine “Compared To What”, in una versione piuttosto accelerata. O ancora una inusuale ripresa della beatlesiana “Dear Prudence”, innervata dal coinvolgimento della sezione fiati.

Foto di Federico Ponti

Ma non sono male neppure cose sue come “The Man You Didn’t Know” più cantautorale. King sa gestire il palco, concedendo assolo a turno ai vari musicisti, batterista compreso e alternando cavalcate strumentali a pezzi più strutturati. Confermano la loro validità, come già su disco, “Rita Is Gone” o la conclusiva “I Won’t Be Here” eseguita da Marcus in solitudine, prima del bis, volentieri concesso al pubblico, stipato nel club. Vedremo come evolverà la sua carriera, per ora la sua band ha un bel potenziale, sono giovani ed hanno voglia di suonare; una intensa attività dal vivo e la frequentazione di Warren Haynes e Derek Trucks di certo potranno formarne la crescita.

                                                                                                       

Matteo Bossi  e Silvano Brambilla      

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