ZZ TOP – Milano 2014

Rientrati ancora un po’ provati da un intenso e lungo weekend di musica, viaggiando tra l’Ameno Blues Festival, il Rootsway Roots ‘n’ Blues & Food Festival e il Festival Blues musical-letterario di Piacenza Dal Mississippi al Po, quest’ultimo attraversando persino grandinate e inondazioni notturne, ci siamo ugualmente concessi un lunedì sera di musica all’Alfa Romeo City Sound, nell’ex ippodromo, con il concerto degli ZZ Top.

Foto di Mauro Jackblues Amara

In apertura c’era la Ben Miller Band, che già lo scorso anno avevamo visto sempre assieme al trio texano nell’occasione del loro concerto a Locarno, e che promuoveva il suo nuovo lavoro “Any Way Shape Or Form”.Questo trio dalle sonorità roots e bluegrass con chiare influenze musicali “americane” come ad esempio la musica degli Appalachi, lascia sorpresi anche per l’aspetto, ovvero le barbe, anche se non lunghe come quelle dei nostri tre headliner, e per gli stessi strumenti da loro suonati, come lo washtub bass di Scott Leeper o il washboard elettrificato di Doug Dicharry, che assieme a Ben Miller chiudono questo trio. Purtroppo ci siamo persi una parte dello show della Ben Miller Band, riuscendo però a goderci delle chicche come “St. James Infirmary” o la bellissima “Black Betty”, quasi solo vocale almeno nell’introduzione con  solo armonica e percussioni, e mescolatasi poi a “John The Revelator”. Un trionfo meritato per loro, giustamente sostenuti dai più famosi texani che li avrebbero seguiti sul palco a breve! I nostri eroi barbuti ci hanno deliziato successivamente con uno spettacolo intenso e divertente, anche se troppo breve a nostro avviso per il prezzo del biglietto, e soprattutto visto anche quanto offrono musicisti non più giovani a cominciare dai Rolling per finire a Springsteen.

Foto di Mauro Jackblues Amara

Poco meno di un’ora e mezza ci è sembrata risicata, come pure non proprio innovativa una scaletta quasi standard e prevedibile, a parte un paio di chicche come “Catfish Blues” cantata da Dusty Hill (introdotta con una possente “It’s Blues Timeeeeee” da Billy Gibbons) e “Foxy Lady”, oltre ad un bis come “Jailhouse Rock” e alla mancanza di “Viva Las Vegas”.Oltre a brani recenti come quella “Gotsta Get Paid” che li ha rilanciati qualche anno fa, on mancano i classici di sempre, da “Got me Under Pressure” a “Waitin’ For The Bus/Jesus Just Left Chicago”, da “Gimme All Your Lovin” a “Pincushion”, sino all’immancabile “Legs” con le chitarre in pelo.“La Grange” offre l’occasione di scatenare la fantasia creativa del trio, che tra vari assolo di slide mescola persino “Sloppy Drunk Blues” per attaccare subito dopo l’ennesima pietra miliare ovvero “Tush”. Comunque i tre, pur lanciando segnali di invecchiamento, materializzatosi in qualche perdita di tempo, almeno mi è parso, di Frank Beard, sono sempre una forza della natura. Inossidabili direi e garantiti per durare a lungo!

Davide Grandi