ROBERT PLANT & NORTH MISSISSIPPI ALL STARS

Il viaggio a Padova ormai è diventato quasi una gita domenicale, visto che lo abbiamo fatto per il concerto, poi annullato causa pioggia, della Tedeschi Trucks Band a Blues In Villa, per cui questa “manciata” di km non ci spaventa, e ci siamo diretti,  il 14 Luglio 2014, alla Villa Contarini di Piazzola sul Brenta per goderci un concerto che definire storico forse non rende l’idea. Da una parte Robert Plant, stella della serata, idolo del rock e voce dei Led Zeppelin, da anni ormai concentrato sulla carriera solista, affiancato dal gruppo dei Sensational Space Shifters, e dall’altra i North Mississippi Allstars, ovvero i fratelli Dickinson e Lightinin Malcom, il suono delle colline del Mississippi.

Foto di Antonio Boschi

Foto di Antonio Boschi

Cosa aspettarci non lo sapevamo, ma i presupposti erano davvero notevoli. La prima parte del concerto ce la godiamo in stile “ggiovane”, ovvero in piedi quasi sotto il palco, quando i tre ragazzi bianchi sparano i loro decibel su un pubblico che a malapena li conosce. Attaccano i NMANS con “My Babe” di Little Walter, che nel bellissimo “World Boogie is Coming” era cantata da Shardee Thomas, per offrirci un concerto atipico, soprattutto per chi si aspettava del grande rock, optando invece un ritorno a sonorità africane con una predilezione per le percussioni. E sono proprio le percussioni che a turno vengono passate di mano tra i nostri tre, che dimostrano una padronanza dello strumento, anzi degli strumenti, non comune. “Rollin’ & Tumblin’” è un capolavoro, suonata da Luther con la cigar box (anche se sarebbe meglio chiamarla can box) dentro cui il nostro canta pure, oppure esclude l’amplificazione per usare solo quella del microfono,  praticamente infilato nella latta usata come cassa di risonanza.

Foto di Antonio Boschi

Foto di Antonio Boschi

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Foto di Nicola Ratti

Si sussegguono brani storici come “Poor Black Mattie”, “Shake Em On Down”, “Skinny Woman” e “Mississippi Boll Weevill” tutti con una carica esplosiva che cattura tutta la platea meravigliata da tanta energia (ci ricorda un pò l’effetto di RL Burnside al BLOOM quando aprì il concerto della Jon Spencer Blues Explosion). Non manca il siparietto che vede i nostri scendere tra il pubblico armati di sole percusssioni e suonare senza fermarsi quasi fosse una vera e propria festa. Il momento della star è arrivato. Robert esce sul palco acclamato a gran voce, quasi un idolo pagano di riti ormai lontani, atteso da quelli che come lui portavano (e forse portano ancora) i capelli lunghi negli anni sessanta, ma anche da giovani che non erano nemmeno nati venti anni fa, cresciuti ascoltando, non si sa come né perché, la musica dei Led Zeppelin, riscoperta magicamente da qualche cover o pubblicità. Inizia con “No Quarter” e mentre la voce si scalda, seppure non sia più quella di una volta, da prova di ruggire ancora, mentre scuote la sua folta criniera. Emozioni, lacrime, gioia e voglia di ballare, tutto questo e molto di più scivola tra le note di  “Communication Breakdown” o “Going To California”, mentre l’arcinota “Spoonful”, che in un video ufficiale faceva da lancio al tour, scatena applause scroscianti, anche se pochi forse si ricordano sia di Willie Dixon, l’uomo che convinse Muddy Waters a cambiare melodie e lo rese più famoso che mai. Ad accompagnare Plant, sul palco, ci sono Justin Adams alla chitarra, bendir e voce, John Baggott alle tastiere, Juldeh Camara al ritti (violino africano a una corda), kologo (banjo africano), tamburo parlante e voce, Billy Fuller al basso e voce, Dave Smith alla batteria e percussioni e Liam “Skin” Tyson alla chitarra e voce. Un gruppo con cui Plant non ripercorre il passato ma sembra voler dire ancora qualcosa, nonostante la difficoltà di scrollarsi di dosso un’eredità così pesante come quella dei Led. Non mancano, per fortuna, la bellissima e intensa “Nobody’s Fault But Mine”, che parla di bibbia e di dannazione, e che scrisse Blind Willie Johnson, nonostante in rete si trovi attribuita alla band inglese, o “Babe I’m Gonna Leave You”, esercizio notevole per l’ugola di Robert, passato a pieni voti dobbiamo dire, nonostante qualche difficoltà. I Led Zeppelin sorridono da lontano e si insinuano tra le asperità del terreno, modificati e sufficientemente riadattati per non risultare esserne solo una brutta copia, nonostante la bravura degli Space Shifters, quasi stessero davvero facendo un viaggio tra i raggi cosmici e le comete, e visto che Bonham, Page e Jones non ci sono e non potrebbero essere sostituiti, il risultato è dei migliori! “Whole Lotta Love” diventa “Who Do You Love” e sul finale alcuni fortunati distinguono chiaramente Robert quasi sussurrare “I Put A Spell On You”, quasi un moderno Screamin’ Jay Hawkins senza teschio sul pianoforte, mentre gli applausi scroscianti sembrano non finire.

Foto di Antonio Boschi

Foto di Antonio Boschi

Chiude Plant con “Rock And Roll” un’emozione per un pezzo cche, assieme a “When The Levee Breaks” e a “Stairway To Heaven” fa del quarto disco un capolavoro. Forse tra i Dickinson e Plant qualche accordo segreto deve esserci stato, perché non ci aspettavamo proprio un ex Zeppelin così profondamente radicato nel blues, e soprattutto non credevamo che avrebbe citato così spesso il Mississippi, il lungo fiume e stato a cui anche lui deve molto, se non tutto, del suo successo. Prima o poi i debiti si devono pagare.

 

 

Davide Grandi