The Wine Barrels ovvero quattro persone, quattro ragazzi. Quattro ragazzi giovani. Già così l’inizio di questa “storia” sembra diverso dal solito. Età media non pervenuta ma non supera le tre decadi, e la musica che ci propongono è musica “vecchia”. Vecchia si ma in un abito nuovo, come scoprire che i pantaloni a zampa d’elefante degli anni ’60 sono tornati di moda, ma vengono confezionati come si usa oggi. Si intitola Tales From Pianura Padana il nuovo album dei bolognesi The Wine Barrels, registrato e prodotto da Fabio “Bronski” Ferraboschi al Busker Studio di Rubiera (RE).
Il disco si sviluppa come un racconto fatto di immagini, atmosfere e suggestioni, evocando per affinità narrativa il film Le città di pianura di Francesco Sossai, con Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano. Pur prendendo le mosse da un contesto profondamente radicato nella pianura padana, il cantato in inglese amplia l’orizzonte del progetto, conferendo ai temi affrontati una dimensione potenzialmente universale. Le canzoni si susseguono come le tessere di un mosaico fatto di volti, strade e frammenti di vita, dando forma a un vero e proprio road movie sonoro composto da dieci brani blues-rock. La pianura diventa il filo conduttore del racconto, attraversata da personaggi e situazioni che ne riflettono paure, fragilità e gesti quotidiani. Ogni traccia si configura come un episodio autonomo che, insieme agli altri, contribuisce a costruire una narrazione più ampia, scandita come i capitoli di un libro.
Dall’energia di “Train To The Moon” alla dolcezza di “You Better Love Me”, si potrebbe lanciare un concorso per scoprire le diverse influenze musicali che fanno capolino dalle note della chitarra di Giovanni Volinia o dalle corde vocali di Oscar Raimondi, ma gli stessi Martino Belluzzi al basso e Dario Boccato alla batteria non disdegnano di citare quà e là i loro idoli. Saltellando tra la carica elettrica di “Funk The Queen” e il senso di malinconia di “Little Mama” dove si racconta una storia di difficile emancipazione femminile sentita davvero troppe volte. Sul piano musicale, l’album si muove lungo coordinate che rimandano a nomi come Jack White, The Black Keys, Alabama Shakes e Gary Clark Jr., senza perdere il legame con la tradizione blues di Robert Johnson e Blind Willie McTell. A queste radici si affiancano influenze che attraversano il songwriting di Bob Dylan, la cifra espressiva di Jimi Hendrix e la forza rock di Led Zeppelin e The Rolling Stones, dando vita a un linguaggio personale e riconoscibile.
Umberto Gatti








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