Il Blues n.151 Giugno 2020

            In questo numero: Maxwell Street Jimmy Davis Robert Johnson John Lee Hooker Robert Lee Coleman Eliza Neals Dave Van Ronk Alberta Hunter Recensioni Italiane ed Estere More »

INTERVISTA A FOLCO ORSELLI

Abbiamo incontrato Folco Orselli al Joh Barleycorn di Milano per l’organizzazione di uno degli appuntamenti del Dr Feelgood Beer & Talk Show, il format che veniva condotto da Maurizio Faulisi e trasmesso More »

A Virus Called Blues

            Pillole musicali  per sopravvivere alla Quarantena GARY SMITH’S BLUES BAND – Gary Smith’s Blues Band (Messaround) -1974- MAGIC SLIM – Alone And Unplugged (Wolf) -1996- BUDDY GUY – Blues Singer (Silvertone) More »

Il Blues e Solidarietà Digitale

In questo periodo di riposo forzato, anche Il Blues come trimestrale di cultura musicale, vuole fare la sua piccola parte, ed offre gratuitamente, fino a giugno 2020, la lettura delle annate 2017 More »

Il Blues n.150 Marzo 2020

          In questo numero: Magic Slim Shemekia Copeland Paolo Bonfanti Jack Kerouac Little Lee Guido Toffoletti Black & Whites Recensioni Italiane ed Estere .. e tanto altro!! Per More »

Il Blues n.149 Dicembre 2019

          In questo: The Como Mamas Janiva Magness Dr. Ross Fleetwood Mac Joanna Connor Sugar Harp Zig Zag Recensioni Italiane ed Estere .. e tanto altro!! Per abbonarvi: http://www.ilblues.org/abbonati/ More »

Lucerne Blues Festival 2019

Venticinque edizioni non sono certo poche per qualsiasi manifestazione, musicale o meno, rappresentano un bel traguardo. Ad esso ci si può arrivare in condizioni differenti per mille ragioni, con il rischio talvolta, More »

Betty Wright 1953-2020

Anche la scena soul e r&b della Florida aveva una sua “regina”, si chiamava Betty Wright. Era nata a Miami verso la fine dell’anno del 1953 come Bessie Regina Norris, e come gran parte delle voci femminili neroamericane, ha iniziato da bambina a cantare gospel con il gruppo di famiglia. Sua madre Betty Wright (da qui il suo soprannome), era la chitarrista. Ancora adolescente ha partecipato a gare canore per talenti vocali, dove è stata notata e ingaggiata dal cantante soul Clarence Reid, uno dei soci della prima etichetta discografica neroamericana di Miami la Deep City Records. Un paio di 45 giri le danno una notorietà locale, quanto basta perché la più attrezzata etichetta Alston, una sussidiaria dell TK, si facesse avanti per farle registrare quello che diventerà il suo primo ampio successo “Girls Can’t Do What The Guys Do”, anticipazione dell’esordio a 33 giri “My First Time Around” (1968), pubblicato questa volta dalla Atco, distributrice del catalogo Alston. E’ il 1971 l’anno della consacrazione definitiva estesa a livello internazionale, per la pubblicazione di “Clean Up Woman”, canzone con la quale ha vissuto di “rendita” come popolarità ovunque, dai concerti (tanti anche in Europa), alle discoteche, alle radio, alle cover del suddetto pezzo (anche da artisti italiani). Il successo non la ipnotizza, con rinnovata voglia sostenuta da un carattere deciso, continua l’attività di cantante, incide dischi, vince un Grammy, fonda una sua etichetta, la Ms.B Records, acquisisce doti di showgirl, conduce dei talk show per emittenti televisive di Miami e viene invitata nei dischi di, Roy Ayers e Angie Stone.

Little Richard 1932-2020

foto Brian Smith

Difficile immaginare l’effetto che ebbe sugli adolescenti degli anni Cinquanta la musica di Richard Wayne Penniman universalmente noto come Little Richard. Innovativo e anticonformista, ha inanellato una serie di brani epocali a partire dal 1955. Nativo di Macon, Georgia, canta fin da ragazzino il gospel, in famiglia il rhythm and blues non era molto apprezzato, ascoltavano Bing Crosby o Ella Fitzgerald. A lui piacevano invece Roy Brown, Sister Rosetta Tharpe o Ruth Brown. Gli inizi discografici non furono fortunatissimi, delle incisioni per RCA e poi Peacock non ebbero gli esiti sperati. E veniamo al 1955, quando finisce per catturare l’attenzione di Art Rupe della Specialty che dopo aver sentito un paio di demo, lo manda a New Orleans nello studio di Cosimo Matassa, con Bumps Blackwell come produttore ed alcuni grandi musicisti come lo straordinario batterista Earl Palmer. La session langue finchè non viene fuori, “Tutti Frutti”, una volta ripulito un po’ il testo. Fulminante l’attacco: “A wop bop a loo bop a wop bam boom”. Semplicemente uno dei brani che definisce il rock’n’roll, come pure la coeva “Maybellene” di Chuck Berry. Da questo momento e per i successivi due anni Little Richard cavalca l’onda e inanella una serie di brani di grande presa, “Long Tall Sally”, “Slippin And Slidin’”, “Good Golly Miss Molly”, “Lucille”, “The Girl Can’t Help It”, solo per citare alcuni titoli.  Sono pezzi che ri/ascoltati a distanza di decadi conservano una carica bruciante. Partecipa ad alcuni film di un certo successo che ne eternano l’immagine iconica di lui travolgente in piedi al piano. Lo sconcerto del pubblicò si ripetè nel 1957, ma per un’altra ragione.

A Virus Called Blues

 

 

 

 

 

 

Pillole musicali  per sopravvivere alla Quarantena

 

GARY SMITH’S BLUES BAND – Gary Smith’s Blues Band (Messaround) -1974-

Questo vinile da 7 pollici che suona a 33 ⅓ RPM è un vero e proprio gioiellino, prodotto dalla Messaround Records nel 1974 è il primo disco della Gary Smith’s Blues Band, formatasi qualche anno prima. Il breve disco si apre con un’interessante versione i “I Chose To Sing The Blues” di Ray Charles, seguita da un esplicito, quanto celato, tributo a Little Walter con una straordinaria strumentale intitolata “Your Cat Will Play”, titolo che, a quanto sembra, sarebbe dovuto essere quello originale della celeberrima “Juke”, ma che per via di incomprensioni ed errori di stampa fu poi abbandonato e sostituito. “I Was Framed” mette in risalto le grandiose capacità interpretative di Smith, comprendendo alcune sezioni di parlato, alternate al canto ed ad un utilizzo dell’armonica in prima posizione notevole. Il disco si chiude con “Johnny’s Guitar Blues”, nel quale il chitarrista, Johnny Garcia prende il controllo della situazione offrendo uno slow-blues ricco di spunti e citazioni di grande interesse.

Andrea Capurso

 

JIM ALLCHIN – Q.E.D. (Sandy Key) – 2013

“Quod Erat Demonstrandum” (come volevasi dimostrare) è la frase che ben conoscono i matematici, come era Jim Allchin nella prima parte della sua carriera, che l’ha portato a ruoli manageriali in Microsoft: dal 2009 ha però dedicato tutte le sue energie e il suo talento al blues. Q.E.D. è il suo secondo album solista, costituito da 13 brani originali che abbracciano le molteplici anime del blues: accattivanti fraseggi elettrici ma anche pregevoli spunti acustici, con un gusto per la melodia che non viene mai meno e, dal trascinante “Stop And Go” alla superba ballad strumentale “Thinking of You”, l’album non ha mai una caduta di tono. Oltre a essere un eccellente chitarrista Jim è altresì convincente come cantante, ricordando vagamente Robben Ford, pregevole poi come arrangiatore, inserendo con grande gusto i fiati e valorizzando le qualità di ogni musicista qui coinvolto: la sua musica trasmette gioia e allegria, regala emozioni positive, di cui in questo momento ne abbiamo gran bisogno.

Luca Zaninello

MEMPHIS SLIM – WILLIE DIXON – Aux Trois Mailletz (Gitanes Jazz/Universal) – 2000-

John Len Chatman, alias Memphis Slim, e Willie Dixon incrociano più volte le loro strade artistiche. Questa complicità negli anni ’60 precipita nell’organizzazione dell’ American Folk Blues Festival di cui furono direttori artistici. Portano in Europa il suono del blues alle generazioni del dopo guerra. A quel conflitto Willie Dixon come obiettore di coscienza non partecipò e per questo subì dieci mesi di prigione. Parigi in quel contesto rappresentò per molti musicisti afroamericani una meta artistica ma anche una terra libera dal pregiudizio razziale. Molti sono i lavori rimasterizzati dalla Universal che ci portano nel tempo in cui il blues, lontano dalla sbornia elettrica cicagoana degli anni ’50, ricerca la propria ispirazione folk revival anche in terra europea. Memphis Slim, Willie Dixon, qui con Philippe Combelle alla batteria, sono colti in una rara registrazione dal vivo realizzata il 15 e 16 Novembre 1962 al “Trois Maillets” locale di Parigi tuttora in attività.

Mauro Musicco

A.A.V.V. – ABC of the Blues (Documents – 233168) -2019-

È la prima volta che ci troviamo di fronte ad una situazione così importante e, sotto certi aspetti, anche emblematica. Un imprevisto non gradito dal quale possiamo e dobbiamo uscire reagendo positivamente, magari sfruttando questo periodo di inattività per andare a rivedere e riscoprire le nostre passioni. Riprendiamo in mano i dischi, diffondiamo via social le nostre passioni e contagiamo – positivamente in questo caso – i nostri amici e conoscenti. Tra i consigli che mi sento di dare ai più curiosi e vogliosi di avvicinarsi alla nostra amata musica, vi è il box – di ottima fattura – “ABC of the Blues” (chiamarlo cofanetto mi sembra riduttivo), che sembra essere pensato appositamente per un periodo di quarantena. Il box è acquistabile ad una cifra veramente irrisoria rispetto alla qualità dell’opera che contiene ben 52 CD (cronologicamente ordinati), ognuno diviso per un massimo di due artisti (in tutto oltre 100 artisti dunque) che hanno contribuito alla storia del Blues. Un lungo viaggio nella storia del genere che va dal Delta Blues al Blues urbano delle grandi Città. La confezione contiene anche un’armonica “Puck” di casa Hohner e un fascicolo con la storia di ogni artista. Considerato il periodo, ascoltando uno o due dischi al giorno, approfondendo la bellezza intramontabile di questa musica senza tempo, chiunque potrà uscirne sicuramente più leggero.

Lorenz Zadro

JOHNNY JENKINS – Ton-Ton Macoute! (Capricorn) -1970-

Ci sono dischi che ti entrano dentro da subito. Appena parte la prima canzone capisci che “è tuo”, sei stato catturato e mica scappi più. E neanche vuoi farlo, aggiungo. Come questo “Ton-Ton Macoute!” accreditato al chitarrista, cantante, armonicista Johnny Jenkins (1939-2006). Questo album, per la verità, doveva essere a nome di quel geniaccio di Duane Allman, quando ancora il progetto Allman Brothers non aveva dato i famosi frutti (siamo nel 1968), ma Phil Walden – astuto qual era – aveva capito di aver in casa un jolly di rara potenza e decise, allora, di spostare e terminare le sessioni di registrazione dagli originali Muscle Shoals (Alabama) a quelli di Macon (Georgia) e affidare il progetto a Jenkins, che non ha certamente sprecato questa succulenta occasione. Ne esce un prodotto di altissima qualità dove il suono del Sud viene sviscerato in tutte le sue forme in una miscela limacciosa di blues, soul, country, funk e rock. Duane Allman lascia il segno con la sua slide e con lui i tanti prestigiosi ospiti. I posti sono quelli giusti, i musicisti anche, l’atmosfera era perfetta e il risultato non poteva che essere un capolavoro.

Antonio Boschi

 

THE DIXIE-AIRES – I’ve Got Good News (VD) -1949-

Quando si chiama qualcuno, non sempre risponde chi vogliamo noi. Oggi il B/blues ha chiamato, ma risponde il gospel. Questo raro 78 giri in mio possesso, per n/vostra fortuna ascoltabile su YouTube (https://www.youtube.com/watch?v=JepTAn9j1KA), è storia di 60 anni fa, ma non potrebbe essere più attuale, mutate mutandis. Registrato a New York e uscito nel 1949 per la Columbia University Education Discs con il numero di catalogo VD 602 (VD = Venereal Disease) sotto la supervisione di Alan Lomax e di Eric Barnouw, “I’ve Got Good News” invitava le persone ad andare a fare un esame del sangue per poi eventualmente vaccinarsi gratuitamente contro la sifilide, malattia molto diffusa presso i neri americani. Non avete bisogno delle mie vane parole per descrivere il canto dei Dixie-Aires quando armonizzano. Quello che allora era un invito, adesso diventa speranza che un giorno si possa avere un vaccino contro il Coronavirus. Ascoltatevi quindi uno dei circa 180 brani analizzati nel mio prossimo libro: non vedo l’ora di riascoltarlo insieme a voi anche a meno di un metro di distanza quando potremo cantare tutti insieme che “abbiamo buone notizie”.

Luigi Monge

MAGIC SLIM – Alone And Unplugged (Wolf) -1996-

Esponente di spicco tra gli alfieri della seconda generazione dei chitarristi di Chicago, Magic Slim ha sempre abituato il suo fedele pubblico ad uno stile chitarristico downhome elettrico, caratterizzato da guizzi improvvisi e graffianti assoli con la sua fedele Fender Jazzmaster, dove la sua tecnica ha molte affinità rispetto a quella del vecchio compagno Magic Sam, dal quale non ha ereditato solo il nome. Da una discografia ampia e confusa, distribuita su diverse etichette per il mercato americano ed europeo, spicca per diversità questo “Alone & Unplugged”. Molto lontano dal suo stile abituale, sorprendente, ruvido, impreciso, spontaneo e allo stesso tempo cristallino, Magic Slim canta e suona in solitaria quattordici canzoni del repertorio a lui caro, suonando – probabilmente – una chitarra Epiphone con cui è ritratto in copertina. Ne esce dunque il disco che non ti aspetti. Da riscoprire.

Lorenz Zadro